Bassolino, l’uomo che non sapeva leggere, attacca il suo staff

Il governatore accusato
di concorso in truffa allo Stato
per l’inceneritore di Acerra, scarica
le colpe sui suoi collaboratori<br />

da Milano

È uno slalom che dura da oltre dieci anni quello di Antonio Bassolino tra avvisi di garanzia, richieste di rinvio a giudizio, appelli e contrappelli. Finora il governatore della Campania se l’è sempre cavata: una sfilza di avvisi di garanzia e neanche un rinvio a giudizio. Ma il guaio peggiore, giudiziariamente parlando, Bassolino lo sta affrontando in questi giorni: l’accusa di concorso in truffa allo Stato per l’appalto dell’inceneritore di Acerra. Perché, di fronte ai documenti sequestrati dalla Procura e finiti nel fascicolo processuale, il presidente si è rifugiato nella giustificazione meno gloriosa per un politico, specie se di navigata esperienza e di grande potere: non sapevo cosa firmavo.
Così, messo di fronte alla sgradevole circostanza che due delle delibere incriminate portassero proprio la sua firma, il governatore ha cercato di trarsi d’impaccio: a stendere le delibere erano i tecnici, tutta gente - tranne qualche eccezione - che era stata scelta dai miei predecessori e che io ho lasciato nell’incarico. Non avevo, dice Bassolino, né le conoscenze tecniche né il tempo per analizzare nei dettagli tutto quello che firmavo. Tradotto: firmavo senza capirci niente. Come era forse prevedibile, la spiegazione non ha convinto la Procura della Repubblica, che ha chiesto il rinvio a giudizio del governatore e dei vertici della Fibe, la società (controllata da Impregilo) che aveva ottenuto l’appalto di Acerra. L’udienza preliminare è in corso, la prossima seduta era fissata per dopodomani, salterà per lo sciopero dei penalisti campani, ma riprenderà il 21 gennaio. La prescrizione, per Antonio Bassolino, è un miraggio ancora lontano, perché i fatti sono recenti e la truffa è, nel nostro codice, un reato grave. Ma, ai microfoni di Sky, ieri il presidente si mostra fiducioso: «Non ho mai truffato lo Stato e questo risulterà limpidamente».
Prima di andare ad inciampare sull’appalto per il termovalorizzatore, Bassolino aveva dovuto togliersi d’impiccio in una decina di procedimenti penali. Alcuni di poco conto, altri più imbarazzanti. Quando era sindaco di Napoli era stato incriminato per peculato per l’allegra gestione dei telefoni cellulari dati in uso a lui e ai suoi assessori e pagati dai contribuenti: la Procura aveva chiesto il suo rinvio a giudizio ma il giudice preliminare aveva detto di no. E così, col cerino in mano, era rimasto soltanto un assessore, processato (e assolto, va detto) quattro mesi fa. Neanche il tempo di tirare il fiato ed ecco un altro avviso di garanzia: abuso d’ufficio, per la vendita agli inglesi di British Airport Authority dell’aeroporto napoletano di Capodichino, una catastrofe - secondo la Procura - per le casse comunali. Ma anche stavolta Bassolino trova un giudice garantista, e la richiesta di rinvio a giudizio dei pubblici ministeri viene cestinata.
Stessa sorte per la terza richiesta di rinvio a giudizio per il «sindaco del rinnovamento»: quella sui Boc, i bond comunali per 300 miliardi di lire che inaugurarono, secondo la Procura partenopea, l’epoca della finanza creativa nel municipio di palazzo San Giacomo. E proscioglimento in udienza preliminare anche per l’inchiesta sui custodi degli stabili comunali cui Bassolino e la sua erede Rosa Iervolino consentivano di occupare le portinerie anche dopo il pensionamento.
La musica non cambia quando, nel 2000, il sindaco passa a governare la Campania. Due le vicende finite al centro di inchieste giudiziarie: il contratto integrativo regionale che innalzò sensibilmente il tenore di vita dei dirigenti della Regione, e la nomina di una pletora di dirigenti graditi al governatore, e denunciata dal difensore civico. In entrambi i casi, è la stessa Procura a chiedere l’archiviazione. Perché per il governatore - a rovinare questa eccellente serie di performance giudiziarie - arrivi una condanna è necessario che entri in gioco la magistratura contabile: che, dopo una serie di denunce giornalistiche, apre una inchiesta sulla gestione bassoliniana del Commissariato per i rifiuti. A scandalizzare sono in particolare i soldi spesi per il call center, dove decine di centralinisti rispondevano ad una media di una telefonata a testa: secondo una sentenza della Corte dei conti del dicembre scorso, Bassolino dovrà risarcire all’erario tre milioni e duecentomila euro. Di tasca sua.