Basta coi soviet a teatro Finti rivoluzionari cercano solo soldi e non il talento

Festival e premi in Italia sono una buffonata. Da noi invece di
chiederti cosa sai fare, vogliono sapere che tessera hai. E nessuno si
misura col botteghino

Il caso dell’occupazione del teatro Valle a Roma mi fa riflettere sulla situazione del teatro italiano, vittima di una autoreferenzialità dannosa e vergognosa, uguale ieri come oggi.
Quando all’Elfo, trent’anni fa, riempivamo il teatro con Sogno di una notte di mezza estate, la logica avrebbe voluto che il teatro dell’Elfo fosse levato da una cantina di via Ciro Menotti e messo in un teatro vero. Era quello che meritavano in quel momento Elio De Capitani e Gabriele Salvatores, che avevano fatto fare al teatro dell’Elfo un salto qualitativo. Invece soltanto dopo trent’anni l’Elfo è potuto uscire dal garage di via Ciro Menotti ed è potuto finalmente approdare alla sede di via Puccini. Nel frattempo, in questi trent’anni, in tutto il mondo sono nati Cirque du Soleil, sono nati Béjàrt, Alvin Ailey, compagnie di ballo strepitose... E noi siamo ancora alla Fracci che dirige il teatro di Roma. Questa mia battuta non è contro la Fracci, che è un monumento dell’Italia. Ma quando i monumenti provano a governare un’azienda non funzionano, perché servono dinamiche diverse... Non è accettabile un’autoreferenzialità così vecchia.
Di fronte all’occupazione del Teatro Valle, a Roma, provo sconforto. Provo sconforto quando vedo questi ragazzi che non hanno un’educazione vera per fare spettacolo e che quindi ne fanno una battaglia politica. Ma la battaglia politica è una battaglia che puoi fare nel tuo privato con il tuo voto, ma quando sali sul palcoscenico i casi sono due: o sai ballare, cantare, recitare; oppure sei tagliato fuori. Quando sono andato a fare Chicago a Londra, quando ho recitato a New York, a Zurigo, a Vienna, non mi è stato chiesto se fossi tesserato con il Pd o con il Pdl. Mi è stato chiesto se fossi in grado di cantare, ballare o recitare. Da noi però nessuno ha il coraggio di rompere questi schemi, così come nessuno ha il coraggio di dire che in Italia i festival sono una buffonata, che i premi cinematografici - i David, il Leone d’Oro, le Grolle, i Nastri - sono una buffonata. Non hanno alcun peso, a differenza di quanto accade a Cannes, a Parigi o a Londra, dove la «Palma d’oro», o il «Molière» o il «Cesar» sono il frutto di una selezione fondata sul talento e non su appartenenze politiche. Per cui mi stupisce che Curzio Maltese, come ha fatto ieri su Repubblica, ancora una volta cavalchi qualcosa che farà del male a questi artisti. Gli farà del male perché li illude - come nel film Fragole e sangue di Stuart Hagmann del 1970 - di essere dei rivoluzionari, mentre il fatturato lo porteranno a casa Elio Germano e il «compagno» Fabrizio Gifuni...
Faccio fatica a trattenermi, io che sono deputato dentro il Pdl, dentro una coalizione di centrodestra. Infatti a un certo punto non ce l’ho fatta più, quando ho fatto una battaglia contro i tagli alla Cultura. Perché non era un problema di destra e di sinistra, ma di talento e di gestione manageriale. Ma questo non lo vuole fare nessuno, perché per farlo bisognerebbe spazzare via una valanga di incompetenti e incapaci che in questi anni hanno solo segato le gambe al teatro, alla lirica, alla musica... Parlano e teorizzano, ma poi c’è voluto un francese come Stéphane Lissner, sovrintendente e direttore artistico del Teatro alla Scala, per rompere finalmente questo schema, per avere il coraggio di portare dei registi nuovi, di chiedere al regista di Le Cirque du Soleil di venire alla Scala.
Il fatto è che in Italia le persone indipendenti che vogliono portare avanti un progetto, non vengono mai prese in considerazione. Roma avrebbe bisogno di venti direttori artistici che lavorino su venti teatri diversi con venti progetti diversi. Progetti veri, e non un progetto cooperativistico come quelli di cui sento nascere dentro il Teatro Valle. Progetti velleitari, finti, che non porteranno mai da nessuna parte perché nessuno spiega a questi ragazzi che il teatro ha dei costi, che bisogna far girare i soldi, che bisogna investire, bisogna trovare degli sponsor che detteranno una loro agenda e che non esiste una libertà assoluta ma una libertà condizionata dagli investimenti e da tutta una serie di fattori economici. E nei Consigli d’amministrazione tutto sommato è meglio avere qualche privato che dei politici, perché l’autogol più grosso del teatro dopo il ’68 è stato non fare più i conti col botteghino ma farsi riempire di soldi. Ma quando i soldi li mette lo Stato, la direzione artistica diventa politica perché è da lì che arrivano i soldi...
Ed sempre chi mette i soldi che decide. Ecco perché preferisco delle fondazioni laiche, libere, dove un direttore artistico può decidere senza dover fare i conti con le interferenze dei politici, di destra e di sinistra, ma solo col talento degli artisti e col confronto con il pubblico.