Basta con i sussidi passivi Outplacement e agenzie battono la disoccupazione

di Stefano Colli Lanzi*

All’inizio della discussione sulla Riforma si era molto parlato del necessario potenziamento delle politiche attive del lavoro. Purtroppo, come troppo spesso accade, nel testo finale si è persa traccia anche di questa tematica. Resta però utile richiamare le due ipotesi più rilevanti, che rappresentano i principali riferimenti in grado di apportare innovazione a riguardo.
In primis il disegno di legge Treu-Cazzola, che prevedeva l’obbligo per le aziende, in caso di licenziamento, di farsi carico di un progetto di sostegno alla ricollocazione del lavoratore. Tale proposta perseguiva il lodevole intento di proporre una soluzione ad una problematica indubbiamente centrale dell’attuale mercato, quale è la condizione di quanti si trovano improvvisamente e drammaticamente senza un posto di lavoro, quindi nell’impossibilità di provvedere al sostentamento proprio e della propria famiglia. Il tema fondamentale da affrontare è, infatti, proprio quello dell’assenza di lavoro, che di certo non si risolve solo assegnando sussidi!
Accanto alla proposta Treu-Cazzola vogliamo ricordare quella del Senatore Ichino, che avanzava l’ipotesi di vincolare l’azienda a farsi carico del costo per l’ex dipendente a partire dall’eventuale secondo anno di ammortizzatore sociale, limitando il sostegno Inps al solo primo anno di disoccupazione. Obiettivo di Ichino era quello di incentivare le aziende ad adoperarsi realmente nell’aiuto alla ricollocazione del dipendente, pena il dover sostenere un onere extra. Tuttavia, come si accennava, né l’una né l’altra proposta hanno trovato riscontro nel testo ormai approvato. Inutile ribadire che si tratta, ancora una volta, di una buona occasione persa, ma tant’è. Siamo di fronte all’ennesima amara conseguenza di lungaggini eccessive e dell’italica abitudine alla concertazione, concepita come più importante di qualunque altro obiettivo! Nel caso specifico, le proposte sono state bloccate non tanto dai sindacati - che, anzi, su questi temi stanno dimostrando un crescente livello di maturità - ma dalle associazioni datoriali, che, in modo un po’ miope, hanno percepito in esse solo l’aspetto legato al costo marginale e non invece la possibilità di ridurre i costi complessivi della transizione professionale, creando altresì valore per tutte le parti in gioco. Cosa rimane dunque, nel testo ormai approvato, delle meritevoli proposte citate? Il nuovo Testo si limita a suggerire - si noti bene: «suggerire», non «vincolare» - che le Parti, in fase di conciliazione, concordino un progetto di supporto alla continuità professionale del lavoratore. Una vaghezza sufficiente per immaginare che di fatto non si faccia nulla di concreto, visto che non si prevede esplicitamente alcuno strumento finalizzato ad incentivare l’attuazione del citato «progetto di supporto alla continuità professionale», né - a maggior ragione - se ne prevede l’obbligatorietà.
Una speranza, tuttavia, che qualcosa di innovativo e utile a tutti si possa sviluppare a fronte della nuova disciplina del lavoro esiste, e risiede nel fatto che si prevedono, proprio in sede di conciliazione obbligatoria, progetti di supporto alla ricollocazione professionale in sostituzione o ad integrazione dei tradizionali sussidi. Tale cambiamento potrebbe, nell’applicazione, innescare una piccola grande rivoluzione. E questo anche grazie al fatto che nel processo sono coinvolti soggetti privati e competenti: le Agenzie per il Lavoro. Proprio l’esperienza compiuta dalle Agenzie in questi ultimi anni dimostra, infatti, che il sostegno alla ricerca del lavoro attraverso progetti specifici - sviluppati da società altamente professionali - riduce drasticamente il tempo medio di ricollocazione (che si è attestato, negli ultimi anni, tra i 5 e i 6 mesi per circa il 90% dei soggetti presi in carico). Un risultato positivo per tutti i soggetti coinvolti nel processo: l’azienda, il lavoratore e finanche lo Stato (quindi la collettività) che - spesso non ci si pone la necessaria attenzione - risparmia e, allo stesso tempo, incassa maggiori imposte. Ma in questo scenario - ben oltre questi effetti positivi e concreti - comincia a compiersi addirittura una preziosa rivoluzione culturale: si passa dal finanziare, e quindi incentivare, un atteggiamento di passivo attendismo di una nuova occupazione, a quello di promuovere un percorso attivo per l’individuo, certamente più faticoso ma capace di generare valore per tutti e una maggiore, importantissima, impiegabilità per il soggetto. Se concordiamo tutti sul valore di questo cambiamento, ne discende che ciascuno ha il compito di svolgere al meglio la propria parte. Alle Apl e ad Assolavoro tocca creare consenso intorno allo strumento «attivo» dell’outplacement, promuovendo la conoscenza di questo strumento anche attraverso un’erogazione di servizi di grande qualità. Alle parti sociali l’incarico - non semplice - di educare i propri iscritti al necessario percorso che li condurrà a poter beneficiare dei vantaggi derivanti dalla maggiore impiegabilità delle persone. Infine, al Pubblico, l’obiettivo di proporre progetti di sostegno attivo capaci di ottimizzare l’efficacia delle - poche - risorse rimaste, premiando solo le iniziative più meritevoli e capaci di generare sviluppo per tutti.
*AD Gi Group e Presidente
Gi Group Academy
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