basta

«Basta la parola» diceva quel geniale slogan pubblicitario dei tempi che furono. Suonava come la benedizione del prodotto. Gli diceva: vai e colpisci. Certo, trattandosi di un lassativo, «vai» era inteso in un senso inequivocabile... Ma, in effetti, ha colpito, visto che ce ne ricordiamo ancora a distanza di decenni. Tre parole, dunque, «Basta la parola», bastavano a dar forza alla Parola con la «P» maiuscola. A quello che chiamiamo «il messaggio». «Il mezzo è il messaggio», assicurava il buon vecchio McLuhan. Ora, essendo la parola, ogni parola, sia un «messaggio», sia un «mezzo», quella sua frase celeberrima può semplicemente essere parafrasata così: «La parola è la parola». Bella scoperta.
Bella, sì, perché la Parola è stata, è e sarà protagonista nell’arte figurativa, come ci spiega in questa pagina Giorgio Ieranò trattando della mostra dal titolo, appunto, «La parola nell’arte». Futuristi, dadaisti, surrealisti, pop art, Gruppo 63: sono movimenti che nel Novecento, il secolo più «parolaio» di tutti, ci hanno regalato un profluvio di parole. Le hanno impugnate come fossero pennelli. Ne hanno distillato la forza evocativa. Le hanno «trattate» come un paesaggio, un ritratto, addirittura una sacra rappresentazione. Perché c’è anche una religione della parola, a giustificare la parola come soggetto artistico. «I culti pagani e cristiani - ricorda Ieranò - hanno spesso usato i nomi sacri come elementi decorativi».
Bella scoperta davvero. Bella scoperta come quella fatta da Vincenzo Mazzitelli, il napoletano virtuoso dell’acrostico che Alessandra Iadicicco ci presenta. La sua è una storia di redenzione, una storia che dimostra come la forza della parola possa vincere e piegare al proprio volere una vita che rischiava di prendere una brutta piega. Galeotto fu Dante, in questo caso. Galeotta fu la poesia, che nell’acrostico più lungo del mondo composto da Mazzitelli svolge persino un compito autobiografico.
E una biografia, strampalata o assurda quanto si vuole, ma senza dubbio sintomatica dei nostri tempi ormai diventati schiavi della parola, è anche quella che Colson Whitehead ha scritto in «Apex nasconde il dolore». Il suo eroe deve cambiare il nome a una città. Sembra facile. Basterebbe la parola...