Le batoste fiscali sulla casa minano le basi della famiglia

L'ultimo mese è stato caratterizzato da animate discussioni sulla famiglia, soprattutto a seguito della decisione contestata governativa di regolare per legge nuove forme di convivenza. E anche se tutti si dicono convinti dell'importanza di proteggere l'istituto familiare, è raro però che alle dichiarazioni astratte facciano seguito comportamenti conseguenti. In particolare, ben pochi paiono consapevoli del fatto che la famiglia ha perso spazio soprattutto a causa dell'espansione dello Stato sociale.
Fiscalismo, spesa pubblica e regolamentazione ampliano la sfera della politica a scapito di quella dell'individuo e della famiglia. Basti pensare alle politiche sulla casa, sottoposta a salassi crescenti. Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti, ad esempio, che non si può dare ai giovani la possibilità di sposarsi e avere figli se le abitazioni hanno prezzi proibitivi per l'esosità dell'erario e l'irrazionalità delle norme in materia urbanistica.
Il regime fiscale degli immobili sta per conoscere un inasprimento su più fronti. In primo luogo, l'agenzia dell'Entrate ha attribuito nuovi poteri ai funzionari incaricati di verificare i valori dichiarati nelle compravendite. La conseguenza è che se già ieri quanti compravano casa dovevano versare una somma rilevante allo Stato, d'ora in poi le cose andranno peggio. Ma ancor più grave è che sia stato attribuito ai Comuni il compito di definire i nuovi estimi catastali, base di partenza per definire l'ammontare dell'Ici: e poiché gli enti locali hanno tutto l'interesse ad incrementare le entrate, è facile prevedere come andrà a finire. Per non parlare dell'infittirsi di obblighi burocratici, come ad esempio quello introdotto dall'ultima Finanziaria quando obbliga i condomini a versare la ritenuta d'acconto del 4% perfino per le piccole spese di pulizia.
Come non bastasse, il vincolismo forsennato della maggior parte dei piani regolatori cittadini, dettato dal trionfo culturale dell'ecologismo, alza in maniera artificiosa i valori delle aree e di conseguenza delle stesse abitazioni.
Tutto cospira, insomma, a far lievitare il prezzo di chi compra o affitta casa. Ma ancora peggiore è la condizione di quanti vivono all'interno di quei vasti conglomerati (in genere assai degradati) di proprietà di Comuni e Regioni. Sulle cause del fallimento dell'edilizia pubblica popolare aveva già profetizzato Aristotele, nella «Politica», quando aveva ricordato che di ciò che è di tutti non si prende cura nessuno, ma proposte riformatrici come quella avanzata dall'onorevole Renato Brunetta (che vorrebbe cedere gli immobili pubblici agli attuali assegnatari, anche quasi regalando quel bene) faticano ad essere tradotte nella realtà. Eppure è chiaro che per dare un futuro alla famiglia bisogna restituire responsabilità ad una società civile esautorata da uno Stato onnipresente, che tende a farsi carico di compiti un tempo assunti direttamente dai nuclei familiari: dalla cura dei bambini a quella degli anziani. Difendere la famiglia a parole, allora, serve a ben poco se poi non si riesce a trarre da ciò le conseguenze operative più urgenti.