Battaglia sull’abbattimento delle mucche

Giacomo Legame

Ipotesi uno: «mantenimento dello status quo». Ipotesi due: «Eradicazione». Ipotesi tre: «Eradicazione selettiva per coorte di nascita dei capi». È articolata in tre proposte l’analisi tecnica che l’Istituto zooprofilattico sperimentale del Lazio ha inviato - dietro espressa richiesta - all’assessorato alla Sanità della Regione Lazio in merito all’emergenza della Valle del Sacco. Il riferimento è alla contaminazione da beta-esaclorocicloesano (molecola presente in un pesticida non più in commercio) che ad aprile aveva portato alla contaminazione del latte prodotto da alcune aziende tra le province di Roma e Frosinone e che oggi è alla base dell’idea lanciata dalla Regione e da Daniela Valentini, assessore all’Agricoltura, di abbattere oltre 5mila capi nella zona (proposta arrivata in coincidenza temporale con la recente morte per avvelenamento da cianuro di 25 bovini, che però con la storia del latte contaminato avrebbero ben poco a che vedere).
I primi giorni di luglio gli specialisti dell’Istituto zooprofilattico prospettavano all’assessore alla Sanità Augusto Battaglia (e non alla Valentini) le possibili soluzioni. Fra queste, «l’abbattimento dei soli capi nati prima del 2003 nelle aziende che non sono rientrate sotto il limite di rilevabilità», col vantaggio di «mantenere parte del patrimonio e della capacità produttiva degli allevamenti» e il problema di dover «mantenere un monitoraggio periodico delle produzioni aziendali». Altra ipotesi, l’«eradicazione» (ovvero l’abbattimento), e la conseguente «ricostituzione del patrimonio animale». Ma, al primo posto, l’analisi prospetta il «mantenimento dello status quo», ovvero l’annullamento della progettata mattanza; soluzione che consentirebbe «l’applicazione delle restrizioni ad un numero limitato di aziende», nonché «la possibilità di poter garantire la commercializzazione del latte alla maggior parte delle aziende, riducendo progressivamente i costi per l’indennizzo del latte distrutto». Unica controindicazione, il costo di distruzione del latte contaminato e di monitoraggio degli allevamenti interessati. «Cosa che - spiega un addetto ai lavori - è ben poco rispetto agli eventuali costi di abbattimento e di indennizzo, che a occhio e croce prosciugherebbero gran parte dei 10 milioni di euro stanziati dal ministro Alemanno per risolvere l’emergenza».
Della vicenda continueremo a sentir parlare nei prossimi giorni. Non solo perché le organizzazioni agricole della provincia di Frosinone non hanno alcuna intenzione di restarsene a guardare e di fronte all’ipotesi dell’abbattimento radicale hanno deciso di sfoderare l’ascia di guerra. Ma anche perché a rileggere l’intestazione della relazione dell’Istituto zooprofilattico sorge un interrogativo: fra i destinatari, infatti, figurano l’assessore regionale alla Sanità, la direzione del Sistema sanitario regionale facente capo allo stesso assessorato, e la direzione dell’area di sanità veterinaria. Non c’è traccia di Daniela Valentini né del suo assessorato, ma in questi giorni in prima fila a parlare di abbattimento c’è sempre lei. Perché?