Le battaglie sotto le lenzuola di re «Fufi»

«Ah, come mi ciula bene. Ah, che bel piccio che jà. Ah, come goduma insiema». Corbezzoli, è piccio di Re, un Risorgimento di letto e di spirito. «Le mutande, le mutande», invocava il monarca malato e allettato. No - lo raffredda la Contessa Mirafiori, conosciuta al popolo come la bella Rosin - le mutande no: «Ora ti farebbe male, Fufi. Piuttosto qua bisogna decidersi a chiamare i medici».
Ah, benedetti dottori, contrappasso chimico alla mortalità della carne, che ulula persino in convalescenza. Che non ne vuole sapere di assopirsi. Gli eroi, ci racconta da anni il cinema hollywoodiano, non devono avere bisogno di dottori, mai. Sennò che eroi sono? Eppure i professoroni al letto di Vittorio Emanuele II raffreddato, quell’anno, nella tenuta di San Rossore, ci arriveranno e faranno un sacco di domande. «Scusi contessa, Lei ha trascorso la notte al capezzale di Sua Maestà?». «Certo, non mi sono allontanata dal letto neppure un minuto». «E mi dica? Ha udito, per caso, flatulenze?». Trasecola, la donna, abituata com’è alla seta e alla branda regale, trasecola e non capisce. «Ma sì, ma chère amie! Il dottore vuol sapere se stanotte ha fatto rutti e peti!». «Ahh! Qualcuno, ogni tanto...».
Dialoghi dalla storia d’Italia che si va facendo nella seconda metà dell’Ottocento, mandando a quel Paese austriaci, Papi e Borboni. E pure il bon ton. Che qualcosa stava cambiando nella Penisola, del resto, lo si poteva capire dagli stornelli popolari in voga a Milano nei mesi successivi all’Unità: «Viva Vittorio Emanuele/ che l’è mai stracc d’alsà gonele!». Voce di popolo, voce di Re. Lo avevano capito in anticipo i mazziniani che quando Vittorio Emanuele II salì al trono, giurando la sua unica devozioni alle istituzioni e sulla patria, cominciarono a stampar volantini. Sopra c’era scritto: «Se il giovane mantenesse la promessa, decine di baldracche si sentirebbero trascurate».
E pensare che alle scuole elementari ci hanno ripetuto per anni quell’acronimo tra il musicale e il metafisico, da mandare a mente: «Viva V.E.R.D.I», che poi sarebbe «Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia». Sì, d’accordo, ma viva pure la seduzione, l’eros nascosto tra i moti carbonari, le guerre d’indipendenza e l’Unità d’Italia che si infrasca sotto qualche mutandina. Un colpo di trousse, prima della battaglia dove può capitar la morte, e via.
Scriveva del Re il coautore de I mille e una notte (Tattilo, 1974) Gian Carlo Fusco, nostro Virgilio in questo Risorgimento andrologico: «Incapace di tirass indré al momento giusto - macché ritirata, sempre avanti Savoia! - e nemico giurato dei salvagent, detti anche capot (i preservativi che in Italia, a quel tempo, ancora non si fabbricavano, ma venivano importati da Parigi), il baffuto sovrano ingravidò, alla prima botta, anche la sofisticata baronessa». Lei è Vittoria Duplessis, femmina in cui il Re inciampa nelle sue peripezie erotiche. Lui che era solito spiegare ai militari: «Quando una donna si fa pregare più di mezz’ora, non è il caso di perdere altro tempo, mes enfants! Passate a un’altra ciornia. Le ciornie, cari miei, sono come le ostriche. Per una che non riuscite ad aprire, ce ne sono altre dieci che si aprono da sé». Lui, che trovava sapidi e conturbanti gli «afrori» che salivano dalle parti intime delle signore, in fondo era popolare anche per questo. Per il suo modo patriarcale, maschilista, bucolico, di vedere la seduzione: «Ogni lasciata è persa!».
Fufi, i proverbi, le signore di corte, il Piemonte e il sogno dell’Italia unita. Oggi che un Savoia ha cantato al Festival di Sanremo, cercando i consensi del pubblico, non possiamo non rammentare le parole di Vittorio Emanuele II, scolpite nel costume nazionale: «Quella maledetta bionda comincia a farmeli girare. Però, stia certo che uno di questi giorni riesco a portarmela in branda». Amen.
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