Battiato, Elisa, Zero: grandi emozioni

Sanremo - Fino all'altr'anno li avremmo trovati assolutamente fuori tema, nel tempio della canzone usa e getta, due come Franco Battiato e Gianna Nannini, che ieri hanno offerto alla quarta serata festivaliera i suoi momenti più alti. Oggi no: il nuovo corso d'un festival che non ha più paura di confrontarsi con temi come la guerra, la follia, la disoccupazione e perfino la new economy, fa sì che due grandissimi artisti, come il maestro catanese e la rocker senese, appaiano non più corpi estranei, ma presenze felicemente obbligate, in una rassegna il cui slogan potrebbe essere l'invito - Pensa - rivolto da Fabrizio Moro nella sua bella canzone sulla mafia.

Ecco dunque la serata dedicata ai superospiti. Con la Nannini che sorvola sul suo ultimo album, il fortunatissimo Grazie, per anticipare due brani di Pia de' Tolomei, l'opera rock dedicata alla nobildonna fatta uccidere dal marito e cantata da Dante: uno spunto storico per parlare in realtà dell'oggi. Il risultato è quello che dalla Gianna ci si attendeva: grande vocalità, musica splendida, gran resa scenica con l'aiuto d'un gruppo di danzatori break dance, e adeguate ovazioni da parte d'un pubblico dapprima stupito, poi conquistato. Così come accade con Battiato, che ci commuove con La cura e propone due pagine da Il vuoto, il nuovo magnifico album. Lo accompagnano le Mab, gruppo hard rock ma di cultura trasversale, già al fianco di Giuni Russo - lo ricorda lo stesso Battiato - e ora inserite da Franco nell'album citato. Con l'innata disposizione al multilinguismo, Battiato trasvola e assomma culture, spazia tra tecno, melodramma, pop, assembla suoni di ieri e di domani, e due brani come Il vuoto e I giorni della monotonia - con l'autore che appare prima in un video, con l'attrice Chiara Conti, poi in carne ed ossa - esemplificano il viaggio da una realtà «vuota di senso» e dominata dal «senso del vuoto» a uno «stato di gioia/senza luce né oscurità», dove i contrasti si compongano nel mistero della spiritualità. Che altro? Renato Zero, melodrammatico, autoironico, sempre trascinante porta all'Ariston le sue astuzie da grande showman, omaggiando il proprio e l'altrui - Tenco, Endrigo, Lauzi - repertorio. Elisa conferma poi la sua classe d'autrice e soprattutto d'interprete, e Gigi D'Alessio rende estemporanei tributi, con la siculo-canadese Lara Fabian, a Albinoni - sacrilegio - e a Battisti, e profonde romanticismo da cartolina, strappando le immancabili ovazioni da stadio.

Ma neppure Tiziano Ferro ha di che lamentarsi: piace ai giovani ma non dispiace agli anziani, che in platea primeggiano, per la genuinità d'un repertorio che mescola tenerezza, sgomento esistenziale, intimismo e melodia, senza scadere mai nel banale. Naturalmente la parata dei superospiti - così li chiamano, con enfasi talvolta giustificata, Pippo e la Hunziker - non esaurisce il menu della lunga serata. Che oltre alla sfilata dei giovani finalisti - per il voto di una giuria demoscopica e di quella, si fa per dire, di qualità - ci elargisce ancora un omaggio al grande Armando Trovajoli, quello di Roma non fa' la stupida stasera, Aggiungi un posto a tavola, Ciao Rudi, Che m'hai imparato a ffà, tutte evocate durante la consegna al maestro del premio Città di Sanremo.

Eppoi arriva, vispa e soave, Penelope Cruz, l'attrice prediletta dal grande Almodóvar. Per l'angolo della comicità, Neri Marcoré parodizza Ligabue con la consueta, lepida finezza, e insomma musica, ugole in gara, giurie in azione, comici, ospiti canori e non sfilano come da copione. Con in più, innovazione preziosa di quest'edizione, alcune canzoni davvero belle.