Beamon, un salto lungo 60 anni Gigante di una notte irripetibile

Dall’infanzia nella miseria al record di 8.90 che durò 23 anni. In Messico nel ’68 ci portò già nel ventunesimo secolo. Poi è sparito nel nulla

Oscar Eleni

Buon compleanno signor Beamon, lei con il suo prodigioso salto in lungo a metri otto e novanta ci ha portato nel XXI secolo già in quella notte del 18 ottobre del 1968, Olimpiadi di Città del Messico, un volo infinito battendo con il piede destro, sfruttando l’aria rarefatta, il vento favorevole di 2 metri al secondo, regolare al limite, quella scarpetta che aveva sei chiodini in punta, un balzo registrato alle 15.40 ora messicana che ci fece più impressione della navicella sovietica atterrata su Venere l’anno prima.
Erano notti magiche e noi andavamo in un cielo diverso con quel ragazzo ventiduenne nato il 29 agosto del 1946 a New York, quartiere di Giamaica, padre alcolizzato mai conosciuto, madre morta per la tubercolosi, affidato alla nonna che poi, dopo una vita nelle bande, l’espulsione dalla scuola per aver picchiato un insegnante, si affidò al giudice nella speranza che il riformatorio lo cambiasse. Sembrava un ragno, 190 centimetri di altezza, 75 chili, gambe lunghissime e le sue ginocchia, nel volo, sfiorarono le labbra deformate dallo sforzo, mentre lui andava, andava e scriverà la storia di un record resistito fino all’8.91 di Mike Powell nel mondiale di Tokio (30 agosto 1991) dove spezzò l’orgoglio di Lewis.
Una storia sportiva americana classica. Povertà, quasi analfabeta, sulla lama del rasoio, poi la luce scoprendo lo sport e anche lo studio, si laureò in sociologia nel 1972, anche se all’università di El Paso, 4 mesi prima dei Giochi, lo volevano buttare fuori perché si era rifiutato di gareggiare contro Brigham Young, i mormoni dell’Utah che considerava razzisti, anticipando quello che poi accadde a Mexico City con Tommie Smith sul podio dei 200 con il guanto nero alzato al momento dell’inno.
La sera prima della finale pensavamo che fosse troppo giovane per battere Boston, uno dei fratelli che gli fecero anche da maestro, e l’ucraino Igor Ter Ovanesian. Aveva vinto 22 gare su 23, ma nella qualificazione del 17 due nulli lo mandarono in angoscia, si salvò con l’ultimo a 8.19 staccando lontano.
In quel 18 ottobre avevamo già rifatto i titoli due o tre volte, la rarefazione dell’aria sconvolgeva tutto sulla pista di atletica per le gare brevi, i salti, ma ci fu un momento in cui la redazione sembrava non avere più suoni. La pioggia aveva inumidito la pedana. I primi tre saltatori avevano fatto nullo, il quarto era lui, Bob Beamon. Veloce in entrata, correva le 100 yardes in 9”5, il silenzio permise di sentire il rumore dello stacco, salì molto alto, diciamo 1.80 da terra e poi mise le ali. Quando arrivò sulla sabbia il raggio elettronico dei giudici non era in grado di registrare il salto. Si usò il metro classico: 8.90, 55 centimetri oltre i grandi che da anni scrivevano la storia. Lui non capì subito, abituato al sistema anglosassone di misurazione. Quando gli dissero che era arrivato a 29 piedi 2 pollici e mezzo svenne e intanto riprendeva a piovere, una pioggia sporca che mandò fuori giri tutti, mentre la gente cercava di capire.
Proprio come «El furbin», quell’amico di Beppe Viola, un grande giornalista in una televisione dove l’ironia e l’intelligenza dominavano e non c’era molto spazio per ometti come quelli che ululano in questa epoca. Beppe che dal 1983 ci ha detto addio raccontò la storia mentre eravamo a Bilbao, mondiali di calcio, festeggiando una paella sontuosa dopo aver battuto i francesi alla petanque: «Eravamo al bar, vedemmo quel salto prodigioso e chiamammo tutti quelli che preferivano le carte alle Olimpiadi. Arrivò “El furbin” e guardò la ripetizione del salto. Tacque per dieci secondi, poi si girò e disse: bella forza, con la rincorsa... Lui che aveva saltato da fermo tutti i fossi della vita». Proprio come Robert Bob Beamon che furbo non lo fu tanto, visto che dopo quel volo quasi sparì.