Beatrice, la poetessa che pascolava i versi

Più di vent’anni fa recensivo per questo giornale una monografia di Paolo Bellucci su Beatrice del Pian degli Ontani, al secolo Beatrice Bugelli (1802-1885), «la poetessa che bada alle pecore», celebrata da Niccolò Tommaseo nel 1832 sulla Nuova Antologia. Insolita figura, la Beatrice analfabeta: la fama del suo estro incontenibile si diffuse molto al di là della montagna pistoiese verso l’Abetone dove aveva cominciato da giovane a improvvisare ottave, per lo più impeccabili, di cui purtroppo si è conservata scarsissima documentazione. Un’esistenza dura, la sua: mise al mondo otto figli, soffrì disastri e lutti molteplici, a ciascuna prova reagendo con il coraggio della pazienza, la dote propria di una comunità avvezza a fronteggiare la natura nei suoi aspetti meno garbati.
Su di lei torna oggi un giornalista fiorentino, Paolo Ciampi. In Beatrice. Il canto dell’Appennino che conquistò la capitale (Sarnus-Polistampa, pagg. 133, euro 10), egli finge che sull’epilogo della sua vita, la poetessa riceva la visita di Renato Fucini, e che al «professore» si confidi, racconti di sé, in prima persona, adoperando quell’idioma toscano che nella valle del Sestaione ha una sua grazia speciale, incantevole per chi - dal citato «dottor Tommaseo», dalmata, a Giambattista Giuliani, piemontese «letterato di grido», e ad altri ancora - ne ravvisò nei versi di Beatrice una delle espressioni più genuine (allora son pugni nello stomaco quei «pure» che Ciampi fa pronunciare diecine di volte alla sua montanina, la quale invece si sarà servita del buon toscano e italiano «anche»; improbabili poi, in bocca all’analfabeta, suonano formule colte, montaliane: «poeti laureati», «secca come un ramo»; per non dire dell’«attimino» e del calcistico «fa la differenza»...).
Su quella che fu, ai suoi tempi, schiettezza di canto e parlata «popolare», a riassaporarla oggi, è fatale che gravi un’ombra di artificio, quasi un birignao involontariamente accademico. Beatrice non ne ha colpa. Un illustre innamorato dell’arte italiana, John Ruskin, commissionò all’ereditiera bostoniana Francesca Alexander la raccolta di qualcuno dei canti che, villeggiando ragazza in quella zona, Francesca aveva udito sgorgare dalle labbra di Beatrice («Oh quante volte mi ci fai venire/ Sotto la tua finestra a sospirare/ Piglia un coltello e fammici morire/ Fammi la fossa a piè delle tue scale...»). Dal volumetto che Ciampi menziona, Roadside Songs of Tuscany, curato dalla Alexander e apparso l’anno della morte di Beatrice, si intuisce il perché dei trionfi a catena riportati dalla poetessa pastora nelle feste e nelle sagre paesane. A Cutigliano, a San Marcello, a Gavinana, a Piteglio..., dovunque, a forza di endecasillabi, ci si sfidasse in umorosi «contrasti», lei stracciava i rivali: il più agguerrito fra tutti, Cecco (Francesco Chierroni), la onorò nel centenario della nascita (24 agosto 1902) con un bellissimo canto.
Era inevitabile che da Firenze qualcuno reclamasse il piacere di vederla in carne e ossa, quella Beatrice. Eccola dunque esibirsi là, nei salotti buoni; e, per caso, incontrare re Vittorio Emanuele II, che pretende di saggiarne, su due piedi, il talento... Insomma, un’esistenza punteggiata di inattese gratificazioni e coronata da insoliti allori, che però non alterano il nucleo sorgivo di una vocazione, il cui segreto sta forse nella corrispondenza tra la parola di Beatrice e il carattere della sua terra, povera e refrattaria all’idillio. Una terra dove del resto, se Beatrice è la sola voce assurta (provvisoriamente) alla fama, altre già prima della sua avevano mostrato che dal «popolo», dai senza nome né titolo, può nascere qualcosa che non è illecito chiamare «poesia».