A Bellegra, nella spirale dell’affascinante borghetto

Renato Mastronardi

Nacque già così: con la vocazione a schierarsi già da subito sulla difensiva. Contro, i pericoli, che potevano arrivare dalle popolazioni che frequentarono, fin dalla più remota preistoria, le valli che si allungano e che si allargano tra i fiumi Aniene e Sacco, appena sotto il colle Celeste, in pieno territorio sublacense. La circostanza, che non è unica, è dimostrata da quei notevoli resti di mura poligonali che distinguevano e disegnavano l’esistenza di un’acropoli di difficile approccio offensivo. Questo è l’antefatto che propone un’appropriata presentazione, quella di Bellegra che, a 61 chilometri da Roma, si può conquistare attraversando anche un paesaggio aspro e selvaggio, ma soprattutto dopo essere usciti dall’Autostrada del Sole al casello di Valmontone, o dopo aver consumato un bel tratto della via Prenestina almeno fino al bivio per Roiate.
Per la sua storia l’incipit è il medesimo di quello dei paesi collinari che imperlano il vasto territorio che, all’inizio dell’anno Mille, diedero vigore di forze umane ed economiche alla grande Abbazia benedettina di Subiaco. Per la prima volta Bellegra, con il nome di Civitas Vitellia, viene citata in un documento del 967. In seguito, il primordiale nucleo abitato si diede il nome di Civitella San Sisto, in onore del santo protettore Sisto II martire, quindi, ancora per più di qualche secolo, si accontentò di chiamarsi Civitella di Subiaco. Bisogna infine aspettare una delibera del consiglio comunale del 10 ottobre 1880, per legalizzare il cambio del nome di Civitella con quello, ormai definitivo, di Bellegra.
Da vedere. Caratteristico ed interessante è visitare, senza ombra di dubbio, il borghetto medioevale dalla caratteristica struttura a spirale. Ma, anche più interessante, è l’incursione, che suggerisco, all’antico Convento di san Francesco, di cui non si conosce con sicurezza la data di fondazione. Un cronista del XIII secolo, lo dà già costruito. Qui, sin dal 1907, l’ordine francescano della provincia romana decise di dare una sede all’istituendo Museo Francescano, che è uno dei più ricchi d’Italia, dotata com’è di importantissime testimonianze storiche ed artistiche, non attinenti esclusivamente alla vita francescana in Italia e nel mondo. C’è, a proposito del Convento, da annotare una curiosità: nel giardino sorga una fonte il cui accesso è consentito ai solo uomini senza una esplicita ragione. Inoltre, ma è il solo oggetto di arte e folclore religioso, si custodisce una notevole scultura lignea di fra’ Vincenzo di Bassiano (secolo XVII), un Cristo in Croce, di stupefacente realismo. Di fronte al convento, solitaria in cima ad una piccola altura, è situata la Chiesa di Monte Calvario cui si accede per una ripida salita di circa 400 metri.
Da mangiare e da bere. L’economia della piccola cittadina ha risentito della consistente emigrazione che si è verificata negli ultimi decenni, ma gli abitanti rimasti continuano a dedicarsi all’agricoltura. E, in questo settore, prevale la coltura della vite e dell’olivo. Specialmente dell’olivo dal quale si ricava un olio noto per il basso contenuto di acidità. Tuttavia è anche ben avviata la pastorizia. Sono, infatti, a tavola prelibatezze derivanti da queste attività tanto curate: polenta, gnocchi, pasta e fagioli, panpepato. Ed ancora: pappardelle alla bifolco, spiedini, ventricina, melanzane di casa, fettuccine al sugo di castrato. Quando è il loro tempo: l’intingolo di lumache e bistecche di agnellone. Per quel che riguarda i vini: restano irrinunciabili l’Olevano ed il Cesanese (dolce, frizzante, naturale). A parte tutta questa grazia di Dio, mi preme ricordare che a Bellegra si coltiva una qualità di fichi, detti Fallacciani, dei quali in estate si celebra un’affolata ed osannata Sagra.