La bellezza del Cristianesimo secondo Ratzinger

Sono rimasto folgorato dalla bellezza di un piccolo libro, del costo di soli 5 euro, pubblicato un paio di mesi fa da Itaca Libri. Titolo: La bellezza. La Chiesa. Autore: Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. Il volumetto, di 60 pagine, raccoglie i testi di due conversazioni tenute dall’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede rispettivamente nell’agosto 2002 (La bellezza) e nell’agosto 1990 (La Chiesa). E, nonostante i 12 anni di distanza e l’apparente diversità dei temi, nessun accostamento poteva risultare migliore di questo, tanto i due discorsi appaiono l’uno lo sviluppo dell’altro. Si ha quasi l’impressione che, per Ratzinger - come per il suo maestro, Hans Urs von Balthasar, massimo teologo del XX secolo - i due termini siano sinonimi. Che cos’è la Chiesa? Non innanzitutto dottrina, ma bellezza. L’esperienza cristiana comincia da una ferita, da un incontro (che quasi sempre è anche uno scontro), da qualcosa che accade nella vita e la cambia. Questo qualcosa si chiama Gesù Cristo.
Ma Gesù Cristo è anche dolore, passione, croce: dove ogni apparenza di bellezza viene cancellata. Tornano alle nostre orecchie le tragiche campane del ’900, con i loro lugubri rintocchi: Auschwitz, Hiroshima, Kolyma, Srebrenica. Che senso ha parlare di bellezza dopo tanto orrore? Richiamandosi alla liturgia della Settimana santa, Ratzinger ci spalanca a un senso più profondo della parola «bellezza». «L’arte cristiana - scrive - deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che \ ogni bellezza è inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l’uomo più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna».
Come realizza questo compito, l’arte cristiana? Non rivestendo la realtà di concetti astratti, non riparandosi dalle brutture della storia col ricorso a consolazioni spiritualistiche, ma andando fino in fondo al proprio compito. Perché anche il dolore più atroce non può essere rappresentato fino in fondo, e si ferma sul margine di un compiacimento vuoto se non diventa gloria, manifestazione del Mistero. Come dimostrano le grandi icone russe e le grandi opere di artisti come Cimabue, Duccio, Giotto, nelle quali la sofferenza di Cristo, accettata fino in fondo, acquista i segni della gloria.