Belli e ricchi, ecco i "nuovi" musei

Il ministro Bondi spiega il ruolo del supermanager dei beni culturali
appena nominato: il suo compito non sarà fare scelte di carattere
artistico ma razionalizzare il settore

Sono molto stupito delle reazioni scomposte di una parte della sinistra italiana circa la designazione di Mario Resca al vertice della nuova Direzione dei musei italiani. Fin dall’inizio del mio mandato, quando ho presentato al Parlamento le linee programmatiche del ministero, avevo indicato questo percorso per valorizzare un settore fondamentale dei Beni culturali e cioè i musei e le aree archeologiche: ovvero la creazione di una Direzione generale specifica e la nomina di un manager che potesse dare nuovo impulso a tutto il settore.
È inutile che mi dilunghi sull’analisi della situazione attuale. Oggi, nonostante i 3.200 musei presenti sul nostro territorio (oltre 4.000 se si sommano anche quelli di competenza della Chiesa) nessuna delle nostre istituzioni figura per numero di visitatori tra le prime 10 al mondo. Basti dire che la Francia, oltre il Louvre al primo posto, entra con altri due musei in questa speciale classifica.

Da sempre, come una sorta di vuoto esercizio retorico, la politica indica nei Beni culturali la risorsa non valorizzata del nostro Paese, una sorta di petrolio che non siamo mai stati in grado di far fruttare e che invece sarebbe fondamentale, specie in un momento di crisi, per rilanciare l’economia. Così appaiono stravaganti e strumentali le polemiche in atto, dopo che, per la prima volta, viene indicato un modello nuovo di sviluppo dei musei che va in questa direzione. Un modello che ho intenzione di applicare fino in fondo con il contributo dei privati, delle fondazioni bancarie, degli enti locali.

La mia convinzione si basa innanzitutto su un’attenta valutazione dell’esistente, cioè il cattivo funzionamento del sistema, e secondariamente sulla contingenza economica che impone risparmi e razionalizzazioni anche nella cultura. Con ciò non voglio sminuire il lavoro delle sovrintendenze che, al contrario, hanno svolto l’imprescindibile compito di tutela e preservazione del patrimonio con solerzia e rigore facendo sì che l’Italia sia ancora, per buona parte, uno splendido esempio di perfetta compenetrazione tra paesaggio, architettura, arte. In questi anni, all’interno del Mibac si sono fortificate professionalità ed eccellenze che ci invidiano in tutto il mondo: grandi figure di sovrintendenti, le migliori scuole di restauro, autorevoli archeologi impegnati in missioni e scavi in molti paesi stranieri.

È scontato dire che Mario Resca, uno dei più affermati manager italiani, lavorerà fianco a fianco con le sovrintendenze e i tecnici del ministero e da essi sarà supportato in ogni scelta di carattere artistico. Quello che però mi aspetto da un manager competente in organizzazioni del lavoro è proprio la razionalizzazione del comparto che da troppo tempo è rimasto fermo e con problemi talvolta assurdi legati alla messa in sicurezza degli edifici, all’allestimento interno, al personale, ai custodi, alle guide...

Mi fa sorridere Francesco Rutelli, tra l’altro mio predecessore, quando si arrocca solo per motivi di contrasto politico su posizioni indifendibili, quando si ostina a sostenere che i beni culturali non devono essere intesi come una risorsa anche economica, come se l’aggettivo «economico» fosse di per sé squalificante se legato alla cultura. Rutelli forse preferisce che i musei italiani siano solo un costo non più sostenibile, siano poco frequentati, in disarmo, e che decine di migliaia di opere d’arte ammuffiscano nei sotterranei.
Credo invece che sia giunto il momento di archiviare una vecchia idea élitaria della cultura, un’idea radical chic che per motivi egemonici preferisce il fallimento delle politiche culturali pur di mantenere il controllo dei processi formativi del consenso. Salvo poi, come è successo a Roma o sta succedendo a Firenze, battersi per un parcheggio al Pincio o per la tramvia in piazza della Signoria, distruggendo per bassi interessi di bottega, spesso privati, due dei luoghi più sacri della nostra nazione.

Sono altresì convinto che i beni culturali siano la vera essenza della nostra identità di popolo e che per questa ragione debbano essere messi a disposizione di tutti, garantiti nella loro preservazione ma anche nella loro fruibilità. I musei devono tornare a essere, o diventare come capita all’estero, fondamentali non solo nella loro funzione di preservare il patrimonio ereditato dal passato, ma anche nella funzione di educare e tramandare la conoscenza alle generazioni future. Essi devono tornare a essere, nelle città e nei paesi, istituzioni centrali nella vita comunitaria in cui si deve fruire e si deve produrre cultura a disposizione di tutti.

Non voglio insistere oltre su come i beni culturali siano imprescindibili, se messi a regime, per lo sviluppo del nostro turismo che è uno dei settori chiave per il rilancio del Paese. Neppure sottolineare ancora una volta l’importanza del nostro patrimonio artistico nel supportare il marchio Italia nel mondo che è uno dei grandi asset che ci permette di restare competitivi anche nel caos della globalizzazione. Sono cose di buon senso che ogni italiano capisce.
*Ministro dei Beni culturali