BELLOW

Lo «scandaloso» abbandono dell’yiddish, il filo rosso autobiografico e la convinzione che il pensiero sia l’unica forma di virtù

Abraham Belo abitava a San Pietroburgo, dove si guadagnava da vivere importando fichi dalla Turchia e cipolle dall’Egitto. Nel 1913 sbarcò in Canada assieme alla moglie e si stabilì a Lachine. Due anni dopo nacque Solomon: l’uomo che si cambierà il nome in Saul Bellow, che vorrà scrivere in inglese e che va a insegnare a Princeton, dove le mogli dei professori fanno la spesa in tenuta da tennis o da equitazione - il regno del conformismo Wasp, pieno di umanisti dalle scarpe di camoscio che si divertono a fare battute antisemite.
Nei dipartimenti di anglistica, il giovane Saul viene guardato dall’alto in basso in virtù di una consolidata pratica discriminatoria che alligna anche tra gli scrittori modernisti: T.S. Eliot erige un monumento di ostilità nei confronti degli ebrei nel suo After strange Gods; Henry James disprezza gli immigrati del Lower East Side e Ezra Pound, nei Cantos, fa lunghe tirate contro gli ebrei usurai. Ma la tenacia, l’ambizione e il talento di Bellow sono indistruttibili e nel 1953 l’incipit del suo romanzo Le avventure di Augie March chiude per sempre in un sarcofago il libro dell’Esodo a stelle e strisce. Augie March, infatti, esordisce così: «Sono americano, nato a Chicago», rivendicando l’emancipazione dalla propria matrice ebraica. È inaudito che un ebreo accantoni l’yiddish e si permetta di scrivere in inglese, facendo mangiare il cappello ai tanti Rockerduck di Princeton e della Northwestern, zeppo com’è di allusioni a Omero e a Shakespeare, di echi di Dickens, Balzac, Tolstoj e soprattutto di Joyce.
Proprio alla Dublino di quest’ultimo Bellow tenta di rifarsi quando vuole far rivivere sulla pagina la sua Chicago: «Applicava al rognone di maiale, alle latrine e ai funerali di Dublino una lingua della potenza miltoniana che mescola eleganza e voci della strada, canzonette popolari, oscenità, slogan pubblicitari e risonanze omeriche, poesia e stupidaggini, alto e basso», dice dell’irlandese. Ma è come se stesse parlando di se stesso.
Con Le avventure di Augie March, Bellow dà corpo all’idea che la narrativa sia una forma più elevata di autobiografia. E lo fa dicendo due bugie in cinque parole. Avrebbe dovuto scrivere, infatti: «Sono canadese, nato a Montreal». Però non sarebbe stato «vero»: il fatto è che Bellow non scrive di sé ma delle sue versioni idealizzate. Basti un dato: era basso di statura - poco più di un metro e sessanta -, eppure non è difficile rintracciarlo sotto le maschere di alcuni suoi personaggi giganteschi (nel senso longitudinale), quali Artur Sammler, Eugene Henderson e il professor Corde. Il piccolo ebreo che vuole scappare dal ghetto diventa alto e americano. Ma il Paradiso è perduto. In tutti i romanzi di Bellow, solo i padri e le madri lasciati alle spalle hanno un cuore: i figli devono farsi largo in un mondo che non è il loro. La città (Chicago o New York) è descritta con tratti iperrealistici: vertiginosa, magnetica, affascinante ma fredda, come se fosse un altro pianeta. L’intero opus bellowiano è dedicato alla lotta titanica dell’ebreo che cerca di assimilarsi a un universo misterioso e ostile, governato da regole oscure.
In Bellow non c’è mai azione drammatica: tutti i suoi libri sono (ri)costruzioni dei processi mentali dei loro protagonisti. Non è questione di stream of consciousness joyciano. L’ebreo che va pellegrino nel mondo crede che la salvezza può arrivare soltanto dal «pensare bene», ovvero dall’arrivare alla radice delle cose. Il pensiero è l’unica forma di virtù. I romanzi maggiori di Bellow - Herzog, Il dono di Humboldt, Il pianeta di Artur Sammler, Ravelstein - sono cunicoli costruiti per accedere al luogo dove si formano le idee di Moses Herzog, Charlie Citrine, Artur Sammler, Abe Ravelstein, tutta gente il cui unico scopo è evolversi intellettualmente per raggiungere la capacità di esprimere le «giuste opinioni» sulle cose del mondo. Il resto è contorno. Gli intellettuali, nei libri di Bellow, sono quelli che hanno sempre idee sbagliate; mentre le donne e i personaggi della strada (come il gangster Cantabile ne Il dono di Humboldt) sono degli inconsapevoli «maestri di realtà» da cui prendere spunto: cavie da studiare, di cui servirsi. L’amore, però, è un’altra cosa...
La trama di Herzog, a esempio, può essere riassunta così: è la storia di una cornificazione. Ma non è che un pretesto: ciò che conta è Moses Herzog, sull’orlo di un esaurimento nervoso, che sopraffatto dal bisogno di sfogarsi, giustificare, sistemare in prospettiva, fare ammenda, decide di scrivere lettere polemiche a giornali, politici, amici, parenti, e pure ai morti.
Bellow è il campione della digressione. I suoi romanzi sono slabbrati, fanno acqua da tutte le parti. Il suo ultimo grande libro, Ravelstein, inizia addirittura con una specie di lunga nota a piè di pagina. L’autobiografismo è nelle idee. Per questo Bellow - l’effervescente Bellow, il comico e leggero Bellow - è il più politico degli scrittori americani. Dapprima è stato un radicale di sinistra che frequentava la Partisan Review; poi un reazionario che nel ’68 a San Francisco venne così apostrofato da uno studente: «Sei un conformista del cazzo. Uno stronzo. Sei vecchio, Bellow. Non hai le palle». Si stava discutendo sulla distinzione operata dal drammaturgo afroamericano LeRoi James tra arte dei neri e arte dei bianchi. Una cosa che mandò Bellow fuori di testa. La risposta fu: «Va bene, scegliamo una signorina tra il pubblico per una seduta di prova e poi ne riparliamo». Non proprio adatta in tempi di femminismo. E poi: «Non si fondano le università per distruggere la cultura. Per quello si chiamano i nazisti».
In quegli anni, Bellow divenne un facile bersaglio per quella che definì una «generazione narcotizzata e infiorata». E lui non faceva niente per schivare le pallottole: «Il fior fiore del mondo artistico si liscia le penne - scriveva -, perfino i malati e i prossimi a morire bevono gin al sole e chiacchierano di riformismo o rivoluzione, di anarchia, di guerriglia urbana, di attivismo... innalzando palazzi imponenti su fondamenti di infelicità personale». Una volta esplose con una sua studente femminista: «Macché liberazione delle donne! Voglio vedervi da qui a dieci anni: l’unica conquista del vostro movimento saranno i seni cascanti!». L’ebreo che un tempo partì «come Colombo alla scoperta dell’America» ne stava diventando il suo polemico censore, così come apparve chiaro quando uscì Il pianeta di Artur Sammler, libro volto deliberatamente, come osservò il critico Joseph Epstein, «a offendere intere categorie del pubblico dei lettori oltre che la maggior parte di coloro che scrivono di libri».
Incredibilmente - vista l’ottusità che regna a Stoccolma - nel ’76 a Bellow diedero il Nobel. Nel suo discorso di ringraziamento, polemizzò con Robe-Grillet secondo il quale nelle grandi opere contemporanee non ci sono più personaggi. «Eppure - disse Bellow - io non mi stanco mai di leggere i grandi romanzieri. È possibile che i personaggi tanto vividi dei loro libri siano morti? È possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto autorevolmente scrittori e psicologi?». La risposta è no: «Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss!... Un romanzo ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare l’universo, nella materia nonché nei fatti della vita; ciò che vi è di fondamentale, durevole ed essenziale».