Beppe Baresi: "Cinquant’anni da mediano"

Il traguardo dell’ex nerazzurro, oggi al settore giovanile: "E non mi ha mai dato fastidio essere fratello di"

Beppe B., fratello di... Beppe, quante volte questo ritornello? Sorriso. Il solito sorriso. Quello di sempre, lui era il più vecchio, ma sembrava il più giovane. Fors’anche oggi che tocca la soglia dei 50 anni e Franco farà sbuffare il sorriso e l’augurio sotto quella sua faccia eternamente incartapecorita. Beppe Baresi è il fratello di Franco, ovvero Baresi brothers, marchio calcistico di serietà.

Beppe, non si è stufato di essere il fratello di...?
«Ci ho fatto l’abitudine. No, non mi dà fastidio. Mi piace, mi dà soddisfazione, mi sento fiero: anch’io ho fatto una bella carriera. Siamo arrivati ragazzini dal paesello, io avevo 14 anni, e siamo diventati i capitani delle due squadre più importanti d’Italia. Cosa chiedere di più?».

Oggi lei cosa fa?
«Sono il responsabile del settore giovanile dell’Inter. Ho cominciato come allenatore dei ragazzi, ora gestisco. Anche questa è una bella storia: sono arrivato a Milano ed ho passato quasi tutta la vita nella stessa famiglia calcistica. Non avrei mai pensato che finisse così, ma forse me lo sono meritato: con caparbietà e carattere».

La sua è stata una vita da mediano...
«Azzeccato. Ho cominciato come terzino, destro, sinistro, non importa. Poi sono diventato mediano, un ruolo che mi piaceva di più, sempre dentro al gioco ma in funzione degli altri. Mi chiedevano di fermare l’avversario più difficile ed era una grande soddisfazione. Ed anche adesso sono un mediano: devo lavorare e decidere con umiltà, senza mai cercare i riflettori».

Gli avversari che in campo l’hanno fatta dannare?
«Quattro nomi: Causio, Claudio Sala, Novellino e Bagni, bravi tecnicamente, forti, cattivi, erano duelli veri».

Solo loro?
«Poi c’erano le stelle: Maradona, Platini, Zico. Per me era una sfida con me stesso. Mi chiedevo sempre: ce la farò? Ma se ci riuscivo, che soddisfazione! Maradona e Platini facevano proprio la differenza, con loro diventavano bravi tutti i compagni».

Si è tolto soddisfazioni, ma il top della carriera?
«Il mondiale in Messico nel 1986, anche se non è andato bene, e lo scudetto ’88-89».

Delusioni?
«Una su tutte, ma con me stesso: persi il mondiale ’82 per colpa mia. In quegli anni mi sentivo forte, un po’ troppo. Mi prese il rilassamento, uno sbandamento: alla sera vai a letto un po’ più tardi, osservi meno la dieta, non ti alleni al 100 per 100. E addio mondiale. Mi è bastato per rimettermi in riga».

Cinque persone che hanno contato nella sua storia?
«I genitori, che mi hanno dato le basi, peccato non abbiano visto i frutti. I miei fratelli e il primo allenatore Guido Settembrino. La famiglia: ho un figlio, Simone, e una figlia, Regina, che giocano entrambi a pallone. Bersellini, l’allenatore che mi ha svezzato. E Trapattoni: mi ha fatto capire che stava venendo il momento di smettere».

Tre presidenti, uno preferito?
«Non direi. Con Fraizzoli ho vinto uno scudetto e sembrava un papà. Con Pellegrini ho vinto un altro titolo e mi ha accompagnato per tutta la carriera. Moratti mi ha dato la seconda giovinezza: quella che sto vivendo».

Baresi è un marchio di serietà. Una bella immagine?
«Lo abbiamo dimostrato con i fatti e negli anni. La ricetta? Lavoro e lavoro, mai polemiche, mai casi particolari. La gente ci saluta ancora per quanto abbiamo dato, non solo in campo».

Qualche volta parlate dei derby fratricidi?
«Quasi mai, anche perché li ricordo poco. Tranne uno: quello che si vede spesso in tv. Campionato ’79-80: noi dell’Inter vinciamo 2-0 con due gol di Beccalossi, sotto la pioggia. Bellissimo».

Inter di oggi e Inter di allora, quale la più forte?
«Quella di oggi è più completa, ha tante individualità, forse una delle più forti di sempre. Noi avevamo qualche nazionale, qui li trovi anche in panchina».

Mancini dove va collocato?
«Insieme a Bersellini e Trapattoni. Conferma la dinastia dei vincenti. Chi vince ha qualità».

Se dovesse citare i suoi giocatori preferiti?
«Tutti quelli di una vita da mediano. Oriali, un esempio. Matthäus, un trascinatore. Ed oggi Cambiasso e Zanetti, ovvio».

E con Franco cosa vi dite, quando parlate della vostra storia?
«Ogni tanto ricordiamo. Forse allora non ci rendevamo conto della nostra fortuna: due fratelli capitani nel derby di Milano. Era bello da godere. Ma poi basta, il passato è ricordo. Meglio il presente e il futuro: sono la vita».