Bergamo ritrova Conte il primo giudice di Doni: «Non sei un Dio, gioca»

Torino Tredici partite alla guida dell'Atalanta gli erano bastate. Tre vittorie, quattro pareggi e sei sconfitte: tredici punti, quindi. Che non sono nemmeno male per una squadra che lottava per non retrocedere. La luna di miele tra Antonio Conte e l'ambiente nerazzurro era però durata poco: focoso lui, focosi i tifosi. Avrebbero potuto andare d'amore e d'accordo, invece furono scintille e non tutte positive. «Quell'esperienza è stata comunque utile - avrebbe poi raccontato lui -. Sono stati mesi importanti e significativi: sono maturato, mettiamola così». Un processo durato tredici partite. Poi, dopo avere perso in casa contro il Napoli nella prima gara del 2010, le dimissioni che avevano fatto seguito a un pomeriggio di quelli che ogni tanto rendono celebre (negativamente) l'Italia del pallone: contestazione da parte del pubblico, Conte che non si tira indietro e risponde per le rime fin da dentro il campo, quindi un confronto aspro con la squadra e con lo stesso tecnico. Arrivarono anche parole grosse e - dicono - qualche spintone. Il 7 gennaio Conte si dimise e il presidente Ruggeri lo salutò così: «Contro il Napoli non abbiamo perso solo una partita, ma anche la faccia. Spero di non avere perso anche qualche tifoso, perché la gente è il nostro patrimonio».
Stagione 2009-10, allora. Conte ha appena riportato il Bari in serie A decidendo poi di non rimanere in Puglia: l'Atalanta si affida ad Angelo Gregucci, ma il 21 settembre il presidente Ruggeri decide per un cambio di panchina e si rivolge all'ex centrocampista della Juventus. A digiuno di massima serie nelle vesti di tecnico, ma già da molti considerato degno delle luci della ribalta. Come spesso capita, pur nella difficoltà dell'impresa, all'inizio furono rose e fiori: «Bergamo è il posto giusto - disse l'attuale allenatore della Juventus -. C'è tutto per fare bene: buoni giocatori, grande pubblico, ottimo vivaio e un centro sportivo d'eccellenza». Avanti, allora. Salvo poi rendersi conto strada facendo che qualche bastone tra le ruote cominciava a esserci. La cronaca dice che i rapporti tra Conte, Cristiano Doni e alcuni senatori si deteriorarono molto in fretta. Ed è facile intuire per chi parteggiassero i tifosi. «In quel momento non ero l'uomo giusto per l'Atalanta - racconterà poi Conte -. Personalmente sono stato molto onesto a capire che non c'era tempo per portare avanti il mio progetto e che le cose sarebbero andate a finire male: tutta la colpa sarebbe ricaduta su di me e non mi pareva giusto. Quello che mi lascia tranquillo è che quando lavoro come dico io, quando i giocatori mi appoggiano nella mia idea di gioco e la società tutela il progetto, le cose hanno maggiori possibilità di andare bene. Ho preferito dimettermi rinunciando anche a tanti soldi, ma alcune situazioni erano in conflitto con le mie idee».
A Torino, casa Juventus, le sue idee sono invece tutelate e comunque tenute in massimo conto: «Con la società il confronto è quotidiano, andiamo d'amore e d'accordo». Anche perché ci sono i risultati e a quel punto diventa tutto più facile. Sabato sera, in occasione di Atalanta-Juventus, sarà poi curioso verificare - adesso che Doni «non è più uno di noi», come recitava uno striscione esposto pochi giorni fa - quale tipo di accoglienza gli riserverà lo stadio Atleti Azzurri d'Italia. Lo scorso anno, quando Conte sedeva sulla panchina del Siena, filò tutto liscio e vinse l'educazione: «È giusto pensare al calcio giocato e basta», disse lui. Con Doni non si è lasciato bene («è presuntuoso», disse all'epoca il capitano nerazzurro: «pensi a giocare e non a fare il dio in terra», rispose il tecnico), Ruggeri non è più il presidente e comunque nel frattempo di cose ne sono successe davvero parecchie. In due anni l'Atalanta ha fatto in tempo a retrocedere (con Mutti, che aveva preso il posto di Conte) e a tornare in A, mentre Conte si è preso la Signora dopo avere festeggiato la promozione con il Siena. Entrambi hanno trovato la strada che cercavano: l'unico a essersi perso è il capitano nerazzurro di allora.