«Berlino deve ricucire i rapporti con gli Usa»

Nostro inviato a Norimberga
Prepariamoci a un’altra Germania, se vince il centrodestra, naturalmente. A una Germania meno erratica e opportunista nell’affrontare i problemi d’Europa e del mondo; una Germania solida e ragionevole come era quella di Helmut Kohl e di Hans-Dietrich Genscher. Sulla lista dei ministri del governo di Angela Merkel una casella è già occupata da tempo: il prossimo ministro degli Esteri sarà il liberale Wolfgang Gerhardt, 61 anni portati bene. I modi sono affabili, la competenza certa, le idee chiare: altro stile rispetto al verde Joschka Fischer. Gerhardt riceve il Giornale a Norimberga e delinea, in questa intervista esclusiva, la nuova politica estera della Germania.
In Europa solo tre grandi Paesi sono stati fedeli degli Usa: Gran Bretagna, Italia e Polonia. Un nuovo governo tedesco di centrodestra tornerà a privilegiare i rapporti con gli Usa?
«Noi siamo convinti che oltre 50 anni di storia non possano essere rovinati da due anni di dissapori sull’Irak. Ma dobbiamo imparare dagli sbagli commessi. Oggi l’America ha riscoperto l’importanza del dialogo con la comunità internazionale; noi europei dobbiamo riflettere su quanto accaduto: la crisi irachena non è stata improvvisa, se n’è parlato per mesi, ma gli alleati Ue - e la Germania prima fra tutti - non hanno saputo comunicare tra loro e di conseguenza nemmeno parlare con gli Usa. Così la crisi è degenerata. Noi vogliamo far tesoro di quell’esperienza».
In che modo?
«Primo: concordare una posizione unitaria in Europa. Secondo: affrontare la questione con gli Usa, ma come partner non come antagonisti. In questo spirito i rapporti transatlantici restano fondamentali e vanno rafforzati. Terzo: valorizzare il ruolo dell’Onu ed evitare interventi unilaterali».
Al fianco degli Usa anche sull’Irak martoriato dalle bombe?
«Certo. Questo non è il momento per cercare inutili rivincite, ma bisogna aiutare gli Usa a trovare una soluzione alla crisi».
In Germania l’antiamericanismo è molto forte, correte dei rischi…
«In certi casi bisogna andare controcorrente e dimostrare una forte leadership. L’alleanza con gli Usa resta cruciale per la nostra sicurezza».
Veniamo all’Unione europea: Kohl sapeva costruire il consenso all’interno della Ue rispettando i Paesi piccoli e negoziando con loro. Tornerete a ispirarvi al suo metodo?
«Sì, anche se l’Europa ora è composta da 25 Paesi. Ai tempi di Kohl i Paesi più piccoli non vedevano mai nella Germania un gigante da temere, ma un grande Paese su cui contare. Schröder invece ha privilegiato i rapporti con i Paesi importanti, come la Russia, trascurando quelli piccoli, e ha dato un’impronta nazionalista alla nostra politica estera. Dunque ha generato malcontento».
Meglio, dunque, una Germania pragmatica e moderata…
«Ci vuole un cambiamento netto. La Germania anteporrà gli interessi generali a quelli nazionali. Anche sulla riforma dell’Onu: dobbiamo trovare una soluzione che sia nell’interesse della comunità internazionale. Schröder ha sbagliato a pretendere un seggio tedesco: è più importante che sia l’Unione europea ad averne uno».
Con quale spirito imposterete i rapporti con il governo Berlusconi?
«L’attuale governo rosso-verde non ha saputo dialogare con l’Italia, ma anche con la Spagna e il Portogallo, non ha saputo spiegarsi sulle questioni principali. Noi di certo non abbiamo quei problemi nei confronti del vostro presidente del Consiglio palesati da alcuni esponenti dell’attuale maggioranza rosso-verde. Il nostro spirito è di collaborazione».
Che cosa proporrete ai partner europei per uscire dalla crisi generata dal no di Francia e Olanda alla Costituzione?
«Dobbiamo redigere tra due o tre anni una nuova Costituzione, ma semplificata. Non un volume ampio e complesso come quello attuale, ma una Carta più piccola che indichi con chiarezza i punti fondamentali: diritti e ruolo delle istituzioni. È il primo passo per formare un’identità europea».
E il secondo?
«Indurre gli europei ad avere una politica estera unitaria».
Fino a che punto si può spingere l’integrazione europea?
«È il dilemma di sempre. Noi riteniamo che Blair abbia ragione quando chiede un’Europa più dinamica e competitiva sul piano economico, ma la Ue non può essere solo un mercato, è necessaria un’integrazione europea. L’obiettivo è di centralizzare a livello europeo le questioni più importanti di interesse comune, lasciando ai singoli Paesi tutte le altre».
Confermerete l’asse con la Francia?
«Con Parigi il rapporto resta speciale, ma bisogna comunicare meglio. Recentemente sono stati usati toni duri, ultimativi verso altri partner europei. Questo non può accadere in un’Europa a Venticinque».
Adesione della Turchia: davvero vi opporrete?
«Il processo durerà almeno 10 anni, ma dobbiamo considerare che l’adesione sarà impossibile se anche uno solo dei Venticinque Paesi europei la negherà. Allora proponiamo una soluzione ragionevole: anziché prevedere uno solo risultato possibile - dentro o fuori -, teniamo aperta la possibilità di una partnership esterna, con accordi privilegiati tra la Ue e la Turchia. Le sembra irragionevole?».
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