Berlusconi e l’eredità di De Gasperi

Gianni Baget Bozzo

È veramente così anomalo il paragone tra Alcide De Gasperi e Silvio Berlusconi? I due uomini politici sono tanto diversi quanto è diversa l’Italia degli anni Duemila da quella degli anni Quaranta. Ma ci sono due caratteristiche che uniscono i due uomini di là delle circostanze che storicamente li separano. Il primo è la connessione tra l’Italia e l’America, il punto su cui De Gasperi ebbe maggior successo. Egli comprese che il punto di forza dell’Italia non stava in Europa, ma nel vincolo storico che legava l’Italia agli Stati Uniti sia grazie alla Chiesa cattolica che all’emigrazione italiana.
Solo gli Stati Uniti avevano interesse a una riemersione dell’Italia in Europa, mentre esso non era condiviso dagli altri vincitori europei della seconda guerra mondiale.
E l’evento fondamentale nel governo di De Gasperi fu il viaggio in America nel gennaio 1947, un tentativo di rilanciare un rapporto speciale italoamericano, quando l’Italia era considerata ancora un Paese colpevole del fascismo, nonostante il cambio di rotta avvenuto durante la guerra (ma dopo la sconfitta).
L’America poteva pensare all’Italia come una marca di frontiera di fronte all’area comunista che si andava organizzando nel mondo. Quel viaggio americano diede a De Gasperi la forza e il gesto decisivo della sua storia politica di presidente del Consiglio, quello di costituire un governo senza socialisti e senza comunisti, quando il Pci era ancora una forza armata in Italia e controllava parte del territorio nazionale. E l'alleanza con gli Stati Uniti fu l’obiettivo di De Gasperi, che si concretò in quella adesione al Patto atlantico che contraddiceva il sentimento politico dominante allora in Italia. Esso era allora, anche nel mondo cattolico, prevalentemente neutralista, alla ricerca di un accordo di politica interna con la sinistra per evitare un conflitto civile.
Il conflitto in realtà avvenne lo stesso, come i risultati della commissione Mitrokhin confermano, ma fu un fatto strisciante e latente, anche se la linea insurrezionale non venne mai sconfitta e doveva riemergere con il terrorismo rosso tanti anni dopo.
Il viaggio americano fece di De Gasperi l’uomo dell’America. Questo aspetto è stato poi sottovalutato, ma la scelta della novità europea di De Gasperi avvenne nel quadro della alleanza atlantica e della partecipazione dell’Italia. Il secondo elemento fu la lotta contro il comunismo inaugurata con il viaggio in America.
La scelta americana e la lotta contro il comunismo divennero assieme il contenuto politico fondamentale dell’azione di De Gasperi. L’una e l’altra furono contrastate dal suo partito che, dopo di lui, giocò la carta neutralista, bilanciando i rapporti con l’America con quelli con l’Unione Sovietica e con il mondo arabo. E passò dalla lotta al Pci come elemento fondamentale della linea di De Gasperi alla collaborazione costituzionale con il Pci, fino a fare dell’intesa con il partito di Togliatti la chiave della fedeltà della politica alla Costituzione sino al «compromesso storico», cioè il tentativo di coalizione con il Pci.
Quando i democristiani rivendicano la loro continuità con De Gasperi, dimenticano che il leader trentino non è stato seguito dai suoi successori nel rapporto primario con gli Stati Uniti e nell’anticomunismo come forma della sua politica.
Viene spontaneo di associare il viaggio di De Gasperi a quello di Berlusconi perché vi sono nei due viaggi i medesimi principi: il rifiuto del neutralismo e il conflitto con il postcomunismo.
Anche nel ’48, come oggi, la sinistra sembrava più forte del centro, ma non prevalse. E ancora una volta la politica della sinistra è il neutralismo nella sfida del fondamentalismo islamico all’Occidente. La sinistra continua a vedere, oggi quanto in passato, gli Stati Uniti come l’avversario culturale. Il tasso dell’antiamericanismo della sinistra è perfino più alto di quello del ’47, quando almeno l’America era vista come il partner dell’alleanza antifascista. Oggi è vista con la categoria della potenza imperiale, cioè con l’uso aggiornato di una antica categoria di Lenin.
Le elezioni italiane si svolgono su questa scelta: tra la linea atlantica e anticomunista di Berlusconi e il neutralismo della sinistra che è sostenuta dalla convinzione sul carattere negativo dell’America guidata da Bush. Il Paese ha di fronte una scelta del partito postcomunista come collante di una coalizione neutralista fondata sull’abdicazione di fronte alla pressione islamica. La politica irachena dell’Unione rende questo nesso ben evidente. Quando Diliberto dice che le mani di Bush e di Berlusconi grondano sangue, non deborda i margini dell’Unione, ne esprime l’essenza profonda.
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