Berlusconi studia la mossa per cacciare Prodi

Ieri telefonata con Cesa, oggi vede Fini. Intanto progetta una grande
manifestazione a Milano

Roma - Dopo qualche tentennamento e un veloce cambio di programma, alla fine Silvio Berlusconi decide di prendersi altre ventiquattr’ore. E resta tutta la giornata a Arcore, lontano dai palazzi della politica e, soprattutto, da giornali e televisioni. La strategia, insomma, rimane quella del silenzio, esattamente come nelle ore successive al voto. Perché, spiega a chi lo sente per telefono durante la giornata, «prima di decidere il da farsi dobbiamo fare in modo di presentarci con una posizione il più possibile condivisa con gli alleati». Queste elezioni, ripete, «hanno infatti dimostrato che uniti si vince». Eppoi, confida il Cavaliere ai suoi, «se parlo non faccio altro che ricompattarli e prendere in mano il gioco». Invece, chiosa Paolo Boniauti, «la palla sta a loro» che «devono spiegarci cosa pensano di fare davanti a questa sconfitta sonante». Insomma, chiosa l’ex premier, «al Quirinale dovrebbe salirci Prodi».
Insomma, spiega Berlusconi, «non c’è alcuna fretta» perché «nessuno può toglierci questa vittoria». L’importante, a questo punto, è coordinarsi il più possibile con gli alleati ed evitare che si crei un’altra volta la situazione di confusione che ha seguito lo scivolone della maggioranza sull’Afghanistan in Senato. Con l’opposizione che si è presentata al Quirinale con quattro posizioni diverse. Anche per questo il Cavaliere ieri si è adoperato a lungo per sentire gli alleati. Umberto Bossi e i colonnelli della Lega li aveva già incontrati lunedì sera, mentre oggi a Palazzo Grazioli avrà un faccia a faccia con Gianfranco Fini. Contatti, ma niente incontri, anche con l’Udc. Non con Pier Ferdinando Casini ma con il segretario Lorenzo Cesa con cui i rapporti restano ottimi. Anche se difficilmente i centristi - che rivendicano la loro parte di merito nella vittoria, soprattutto per aver evitato di polemizzare con il Cavaliere - decideranno di ridare linfa alla Cdl partecipando a iniziative comuni con gli alleati.
Sul punto, tra l’altro, il leader di Forza Italia pare non aver ancora preso una decisione. Perché nella cena di Arcore di lunedì sera insieme a quasi tutti i vertici della Lega (Calderoli, Castelli, Cota, Mauro, Bricolo) a cui ha preso parte anche la coordinatrice azzurra della Lombardia Maria Stella Gelmini, ha sì ritirato fuori l’ipotesi di salire al Quirinale, ma ha pure convenuto con gli alleati che un gesto simile «contribuirebbe a ricompattare questa maggioranza sgangherata in nome dell’antiberlusconismo». Alle dieci e passa di sera, quando è iniziata la riunione postelettorale, davanti al solito gelato al caffè un Cavaliere al settimo cielo ha messo sul piatto due ipotesi: salire al Colle e «chiedere il riconteggio delle schede» oppure «elezioni anticipate». La prima ipotesi, però, non pare abbia raccolto molti consensi. Perché - ha fatto notare Calderoli - «qualsiasi riconteggio finirebbe fra chissà quanti anni» e «rischiamo di farci ridere dietro». E pure sull’eventualità di chiedere nuove elezioni c’è più d’una perplessità anche perché, faceva notare lo stesso Berlusconi, «li ricompattiamo» e poi, faceva eco uno dei commensali, «se Napolitano non ci pensa neanche lontanamente, rischia di essere un autogol».
Così, si è ragionato su ipotesi alternative, cercando di elaborare una strategia d’ampio respiro. Che abbia sì come obiettivo le elezioni anticipate ma che contempli manovre d’appoggio ed eventuali vie di fuga. L’idea, infatti, sarebbe quella di accompagnare la richiesta di tornare alle urne con qualche tenzone parlamentare - magari al Senato dove i numeri sono risicatissimi e dove a giorni si voterà la mozione per la revoca delle deleghe al viceministro Vincenzo Visco - e, magari, con una grande manifestazione di piazza a Milano. Perché, spiega Berlusconi, «se a chiedere che Prodi se ne vada a casa non sono io ma qualche milione ci cittadini le cose cambiano decisamente...». Mentre tra le cosiddette «vie di fuga» potrebbe esserci una certa disponibilità a ipotesi di larghe intese. Chiusura totale, invece, a eventuali governi tecnici, tanto che proprio per scongiurare una simile possibilità si è deciso di provare ad andare avanti sulla riforma della legge elettorale (e su iniziativa di Calderoli ieri il Senato ha stabilito che martedì si deciderà se dimezzare i tempi per l’esame del ddl).