BIANCIARDI Ragazzi vi spiego cos’è un intellettuale

In un testo inedito del 1966, presentato oggi a Torino, lo scrittore ironizza sul successo nella «professione»: «Occorre la fatica di disimparare, riprendere i modi dell’antisintassi, passare da Manzoni a Kerouac...»

Che cosa significa \ la parola «intellettuale»? Un autore che in questo dopoguerra ebbe particolare e meritata fortuna fra i lettori di sinistra affermò che per intellettuale deve intendersi chiunque non eserciti un mestiere manuale. Una definizione generosa, abbondante e perciò poco attillata, che andava larga: dal prete al portalettere, su su fino a Benedetto Croce, tutti quanti cadevano nel cestone dell’intellettualità. Rinunciamo subito a questa definizione e rivolgiamoci al dizionario. \ È intellettuale, dice l’uno, chi vive nel mondo degli studi e dell’intelligenza. Vive, d’accordo, ma cosa ci fa, in quel mondo? Uomo, dice l’altro, di cultura e giudizio elevato. Oppure: persona colta, con l’animo aperto ai godimenti dello spirito. Una definizione, come si vede, molto vaga e anche viziosa, perché si morde la coda: persona colta è un modo di dire molto approssimativo, riferibile anche a chi ha terminato la scuola dell’obbligo; anima e spirito sono pressappoco la stessa cosa, sì che dovremmo concludere che l’anima dell’intellettuale si apre al godimento di se medesima, e cioè a una forma di vizio solitario, sconsigliato dai medici del passato, e non raccomandato mai da nessuno. E allora? Sarà meglio lasciare tutto nel vago, non tentare neanche una definizione precisa. \
Le leggi dello Stato italiano non vietano a nessuno di diventare un giorno presidente della Repubblica. Chiunque, nascendo nel nostro Paese, se non lo chiudono in prigione prima dei cinquanta anni, ha la possibilità di trasferire la sua dimora, un domani, al palazzo del Quirinale. Possibilità, dobbiamo ammetterlo, piuttosto scarsina: è più probabile che diventi donna, perché, statistiche alla mano, ogni anno due italiani e mezzo mutano sesso, mentre cittadini che ascendono alla massima carica dello Stato sono uno ogni sette anni. Allo stesso modo, nessuna legge vieta ai cittadini italiani di diventare un giorno intellettuali, e non esistono limitazioni di classe sociale, o di credo politico e religioso. Ma anche in questo caso l’uguaglianza è in larga misura teorica; in concreto c’è chi parte avvantaggiato, c’è chi parte svantaggiato, e c’è anche quello che resta al palo.
Nel secondo dopoguerra, per esempio, era un discreto vantaggio l’origine operaia o contadina: figlio di un bracciante, figlio di un minatore erano titoli di merito. «Ha conosciuto la fame», si diceva con ammirazione quasi stupefatta. «Ha i calli alle mani», «suo padre era deviatore alla teleferica di Scarlino». A quei tempi il figlio di una maestra elementare, cresciuto tra libri e quaderni, regolarmente diplomato in una scuola pubblica, se decideva di entrare nel mondo della cultura, c’entrava in bicicletta e indossando una tuta da siderurgico. Accettava di fare l’autocritica, mettendo fra i propri torti «l’origine piccolo-borghese», si metteva a servizio della classe operaia, e di tanto in tanto si lasciava sfuggire un errore di grammatica. Oggi non più: oggi la tendenza si è invertita, oggi una cattedra universitaria piace anche agli avanguardisti, agli arrabbiati, agli eversori dello «stabilimento» (in inglese establishment, parola abbastanza infelice che indica il gruppo dei padroni del vapore, nel nostro campo).
I figli di genitori facoltosi hanno naturalmente tutti i vantaggi che offre il denaro, ma è probabile che desiderino di spenderselo, anziché usarlo ai fini della carriera, visto che tutte le carriere hanno per fine il denaro, ed è poco probabile che l’investimento sia redditizio. Il giovane danaroso non sarà quasi mai un addetto ai lavori, ma forse uno spettatore, e un mecenate: potrà, per esempio, fondare un premio letterario intitolato al proprio nome, e finanziato da terze persone, non di rado quelle stesse che vinceranno il premio. Può essere una forma di pubblicità riccamente produttiva: quasi come una squadra di pallacanestro.
Il giovane aristocratico ha qualche possibilità, purché sappia usare bene il proprio titolo gentilizio, che di solito non si accompagna a sostanze ingenti. Di nobili decaduti è piena la penisola, ostentare corona e palle sul biglietto da visita, o sulla porta di casa, servirà forse a commuovere i lettori di rotocalchi a richiamo dinastico (sempre meno, da qualche tempo) ma non di certo a far carriera nel mondo della cultura. Qui, anzi, sarà indispensabile una certa aria di sopportazione nei riguardi dei propri illustri antenati, che magari parteciparono alle crociate. Si firmerà col solo nome e cognome, lasciando il gentilizio sull’elenco del telefono, e facendosi chiamare signor conte dalla cameriera, se ancora ce l’ha.
In apparenza avvantaggiatissimo è il giovane che nasca in una casa di addetti ai lavori, il figlio dell’intellettuale già affermato. Costui si nutre di cultura fin dalla culla, beve latte paterno denso di grassi umanistici, insieme a quello in polvere che gli propina la balia (di solito la madre non allatta). Metafora a parte, egli impara fin dalla culla a parlare come un intellettuale, a muoversi, a gestire, a sorridere, ad alludere, a sottintendere come un intellettuale. Si abitua sin dalle fasce a vedere per casa scrittori, artisti, canzonettisti, insomma «firme» della scena culturale del suo paese. A diciotto anni ha avuto la sua prima esperienza sessuale con una «nave scuola» accreditata nei migliori salotti letterari, dà del tu a Pasolini, sa discorrere al momento giusto di alienazione, di Gestalt, di pop-art, insomma è un giovane prodigio, che è nato con la camicia.
Il guaio suo è proprio questo: le cose sono andate troppo bene durante l’infanzia e l’adolescenza, quasi sicuramente tirerà innanzi per la strada più facile, vivrà delle rendite paterne, a trent’anni sarà vecchio e stanco. È probabile che nel frattempo gli amici di casa scoprano che è un cretino, e che si passino la voce, con la gioia feroce che accompagna sempre queste scoperte. Per paradosso, il vantaggio sarebbe proprio dalla parte del figlio di gente umile, purché abbia buona schiena, pronta alle fatiche ma anche agli inchini. In teoria sì, ma la pratica c’insegna che le mode operaistiche, fra gli intellettuali, durano poco. Sorgono in periodi di emergenza o di depressione, quando da molti si teme, o si auspica un repentino e decisivo sommovimento sociale. Nasce allora il mito dell’operaio sano, portatore di valori nuovi, contro il ceto medio miope e pavido, contro la classe padronale avida e corrotta. Si aspetta la palingenesi, l’avvento di forze fresche. Poi, comunque vadano le cose - e cioè sia nel caso che l’evento avvenga, sia nell’opposto, che tutto continui come prima -, si scopre che l’operaio è fatto esattamente come ogni altro uomo, e perciò vuole esattamente quel che vogliono gli altri, in quel determinato momento storico: il frigorifero, l’utilitaria, la camicia bianca, la domestica a ore e i film di James Bond. Aspira a identificarsi col ceto medio - e nessuno può fargliene una colpa - mentre il ceto medio vuole salire sopra la media, distinguersi, anche nella cultura.
Proprio lì, dunque, nel ceto medio e spesso mediocre è più probabile che si reclutino gli intellettuali di domani. E il nostro lettore lo immagineremo là dentro: ha una madre maestra, un padre cassiere di banca, e, quando avviene l’incontro fra noi e lui, ha frequentato con successo le scuole elementari, discretamente bene le medie inferiori, ed è riuscito a diplomarsi quasi con la media del sette. I suoi studi sono stati faticosi, e in buona parte inutili. Secondo i programmi dovrebbe sapere tutto: la storia della letteratura italiana, latina, greca, inglese, venti canti della Divina Commedia, a memoria, l’arte di tutti i tempi e di tutti paesi, la trigonometria, la botanica, la geografia, l’anatomia umana, tutta quanta la storia, dai babilonesi a Vittorio Veneto (con appendice sul fascismo, la guerra, e dopoguerra e l’avvento della Repubblica, che però il professore, data la mole del programma, non ha fatto in tempo a spiegargli. Ed era l’unica parte utile a qualcosa).
Ha letto, sia pure in sintesi (la sintesi l’ha fatta per lui un professore universitario, ricavandola a sua volta da una precedente sintesi, opera d’un professore defunto, di solito maestro del primo), ha letto dunque il pensiero universale, da Talete a B. Croce, passando per Platone, Aristotele, San Tommaso, e Locke, Kant e Hegel. Se il nostro giovane è stato diligente, avrà l’impressione di essere in regola con i programmi, cioè di sapere tutto. I suoi ne vanno orgogliosi, e si convincono sempre più di avere speso bene i loro quattrini: un giorno, pensano, saranno ripagati di tanti sacrifici.
Se invece il nostro giovane ragiona un poco, si accorge di avere perso anni preziosi. Non poteva fare altrimenti, d’accordo, era sotto la tutela dei suoi, tenuto all’obbedienza, ignaro delle forze reali che governano il mondo e determinano il nostro itinerario attraverso la vita. Avrebbe potuto smettere i suoi studi in seconda elementare, una volta appreso l’abaco. In seconda elementare un ragazzo normale sa già scrivere come un beatnik, e continuerebbe volentieri su quella strada, ma la maestra, con tanta pazienza e tanta fatica, ha saputo poi correggerlo, i professori hanno fatto il resto e adesso, a venti anni, il nostro scrive esattamente come Giuseppe Lipparini. Toccherà a lui la fatica di disimparare, riapprendere i modi dell’anacoluto pregnante, dell’antisintassi, passare dal Manzoni a Verga, da Verga al Gadda, dal Gadda a Kerouac. \