Biblioteca del ’900

Il Pantheon letterario del Novecento, non c’è che dire, è affollatissimo. Almeno quello di un critico raffinato, competente e - absit iniuria verbis - simpaticamente ruffiano come Guido Davico Bonino: nella sua personalissima e altrettanto opinabilissima guida al Novecento Italiano (Einaudi) - sottotitolo programmatico «I libri per comporre una biblioteca di base» - ha ospitato in ordinatissime schede cronologiche ben 462 autori, per quasi un migliaio di opere complessive tra narrativa e poesia, dalla A di Adorno Stella, Luisa (e il suo autobiografico L’ultima provincia, 1962) alla Z di Zuccoli, Luciano (e il suo lussurioso La freccia nel fianco, 1913). Difficile, con simili numeri, dimenticare qualcuno di importante. E facile infilarci dentro qualche amico di troppo: ci vengono in mente, a caso, un paio di «colleghi» del giro torinese dell’Einaudi, come lo zar di Tuttolibri Nico Orengo, gratificato da Davico Bonino con ben due citazioni, o la germanista Laura Mancinelli, friulana naturalizzata torinese, segnalata per il suo non indimenticabile I dodici abati di Challant, piuttosto che il «vecchio» compagno di viaggio, nel senso di direzione di istituti italiani di cultura all’estero, Mario Fortunato promosso forse troppo avventatamente ad autore cardine del ’900 per la raccolta di racconti Luoghi naturali... Ma in fondo accanto alle tante virtù del libro (l’idea di base, l’accuratezza delle schede, la completezza delle scelte), simili debolezze appaiono peccati veniali (come il cimitero di refusi che uccide l’Indice, dove il libro di Cletto Arrighi La canaglia felice si trasforma in Lettere d’amore e di amicizia o il capolavoro di Federigo Tozzi diventa Re Croci...).
Piuttosto, a sentire Giorgio Ficara, docente di Letteratura italiana a Torino e firma di Panorama, il pericolo è l’omologazione, dal punto di vista degli spazi, dei titoli scelti. Che finisce col mettere sullo stesso piano nani e giganti: «Sinceramente su Capriccio italiano di Sanguineti non c’è nulla da dire, un romanzo sperimentale incommentabile. Eppure ha lo stesso spazio di A ciascuno il suo di Sciascia. E per passare alla poesia, le schede di Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni e Nel magma di Luzi hanno la stessa lunghezza delle poesie di Antonio Porta, che insomma... Senza parlare delle Occasioni di Montale, che ha lo stesso numero di righe di Luce frontale di Mussapi. Premesso che pure è di una straordinaria accuratezza documentaria, la guida di Davico Bonino è un libro nocivo perché crea nel lettore la falsa impressione che la letteratura sia un insieme omogeneo, statico, fatto di libri tutti di uguale valore e non invece - come è - un insieme disomogeneo, mobile, stridente, dove un libro piuttosto che un altro continua a giganteggiare o addirittura a crescere, al di là della propria epoca, così come al contrario altri libri si sbriciolano e spariscono».
E così se da un parte Davico Bonino concede l’eternità letteraria alla cinquina Svevo-Gadda-Moravia (sic!)-Sciascia- Calvino (gli unici Irrinunciabili segnalati con ben quattro libri a testa) ed elegge un gruppone di Classici (da Arbasino a Cassola, da Pavese a Parise, da Fenoglio a Bassani, da Palazzeschi a Comisso, per fortuna anche Landolfi e Tobino e per sfortuna anche Bevilaqua e Tabucchi, per i quali tre titoli sembrano francamente eccessivi), dall’altra fa entrare nella Grande casa delle Lettere anche qualche «minore» di troppo. E, cedendo al giochino del chi-c’è/chi-non-c’è, viene da chiedersi: piuttosto che inserire un titolo di Paola Capriolo, o Ermanno Krumm, o Michele Serra, perché allora non pensare a Il cavallo rosso del forse troppo cattolico Eugenio Corti, o un libro a caso di un eretico come Carlo Coccioli, o piuttosto di un’anomalia narrativa come Alessandro Spina?
Ovviamente, però, non è solo una questione di quantità. Ma anche di sostanza. Che senso ha mettere le mani avanti nell’introduzione e cancellare con un colpo di spugna tutta la letteratura di genere (avventura, «rosa», «giallo», fantascienza, fantasy... e pure «giornalismo») e perdersi così tutto Scerbanenco, un grande scrittore tout court? «Il termine letteratura d’intrattenimento è troppo vago e persino rischioso se usato come discriminante - chiosa Ermanno Paccagnini, italianista dell’Università cattolica e primo critico del Corriere della Sera -. Se l’appiccassi al caso francese, ad esempio, mi perderei Balzac piuttosto che I misteri di Parigi di Eugene Sue, visto che furono pubblicati come feuilleton. Così come sarei costretto ad escludere tutto il Simenon di Maigret... E per stare in Italia, se inserisco la discriminante della letteratura di genere, rischio di fare confusione oltre che danni: Davico Bonino elimina Salgari e Scerbanenco e poi inserisce Lucio D’Ambra o Cocaina di Pitigrilli piuttosto che Quelle signore di Notari: tutti libri bellissimi, ma non sono sempre stati considerati di “intrattenimento”? Così come è una contraddizione non voler considerare, sempre tra la letteratura di intrattenimento, la memorialistica e la letteratura di viaggio, e poi inserire Il campo 29 di Sergio Antonielli in cui l’autore rivive “memorialmente” la propria esperienza di ufficiale italiano internato, e Danubio di Magris?».
Entusiasta dell’operazione («è una scelta buona: i nomi ci sono tutti, anche se però non avrei escluso gli anni Novanta e sarei arrivato più coraggiosamente al 2000»), ma con una perplessità di fondo è Stefano Giovanardi, italianista emerito e critico della Repubblica e dell’Espresso: «Davico Bonino non mi convince quando, come fa nell’introduzione, prende le distanze dal termine “militante”. Be’, scusi: ma lui non ha fatto esattamene questo? Quando sceglie un titolo piuttosto che un altro, non lo fa da “militante”? Certo, gli autori importanti ci sono più o meno tutti, e mi ha fatto piacere trovare anche alcuni poeti misconosciuti come Luigi Gualdo o Luisa Giaconi e addirittura Roccatagliata Ceccardi. Ma il problema è che lui poi ha scelto delle opere di questi autori: perché di Pascoli non ci sono i Poemetti, o di Palazzeschi Le sorelle Materassi piuttosto che I quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello? Ognuno è libero di privilegiare i titoli che preferisce, ma poi non mi si venga a dire che non si tratta di una scelta militante o autoritaria... ».
Scegliere, appunto. E ogni scelta ne esclude altre mille, in tutti i campi. «E perché non la saggistica? - si chiede Giulio Ferroni, critico e storico della letteratura - Se si voleva davvero comporre una “biblioteca di base” bisognava segnalare opere che pur rientrando nel genere della saggistica hanno un alto valore letterario. Il caso più eclatante è Benedetto Croce, ma anche Roberto Longhi lo vedrei bene... Detto questo, il libro di Davico Bonino è molto utile dal punto di vista “cronologico”: veder “allineati” i singoli libri in modo così ordinato, anno dopo anno, aiuta a capire molte cose: di solito nei manuali di storia letteraria, legati a un autore o a “correnti” letterarie, certe dinamiche si perdono. Qui al contrario si può vedere a colpo d’occhio la vitalità eccezionale di un anno come il 1963: in pochi mesi escono Fratelli d'Italia di Arbasino, La cognizione del dolore di Gadda, La tregua di Primo Levi e Libera nos a Malo di Luigi Meneghello... Un’annata eccezionale, anche se poi Davico Bonino si dimentica che nello stesso ’63 Fenoglio scrive un capolavoro come Una questione privata». Questioni, appunto, di scelte private.