Un bicchiere di troppo e una guerra di meno

Quella sera alzò il gomito e fece una battuta su Mussolini. Fu l’inizio dei suoi guai. Che lo portarono anche a prendersela con un presidente della Repubblica

Quando inaugurò il Caffè-bar, fu come se toccasse il cielo con un dito. Realizzava una vecchia idea e sperava di mettere un fossato fra sé e le sue tribolazioni. A 49 anni era logorato e deluso. Sognava un mondo governato dai buoni sentimenti. Gli erano toccati guerra e carcere.
Il locale di Roncole era accanto alla casa natale di Giuseppe Verdi. Lo aveva progettato personalmente per dargli un’aria vecchio-padana. Sulla vetrina aveva messo un cartello: «Qui non c’è juke box». Non voleva farne un raduno per giovinastri, ma il rifugio dei pescatori dopo una rude giornata sul Po. Sette anni dopo, il Nostro aggiunse al caffè un ristorante. Finché visse - quattro anni ancora - fece anche l’oste. Poi il locale passò al figlio che lo condusse fino al 1995. Ora, ospita l’archivio delle opere del ristoratore improvvisato e una mostra che ripercorre le tappe della sua vita travagliata.
Ebbe un assaggio del carcere nel 1942. Una sera che aveva alzato il gomito, il Nostro fece qualche battuta di troppo su Mussolini. Passò in guardina una sola notte, ma entrò nel mirino delle autorità. Per punizione fu richiamato alle armi e trasferito in caserma ad Alessandria (aveva fin lì schivato il servizio militare per l’età, 34 anni, non più giovanissima). Ma il nocciolo del castigo fu la perdita delle collaborazioni con l’Eiar, il Corriere della Sera e La Stampa. Si guadagnava infatti da vivere con le sue vignette e dei sorridenti articoli di costume che gli avevano procurato una certa notorietà.
Mentre si girava i pollici nella caserma alessandrina, arrivò l’8 settembre 1943. Il 9 fu prelevato dalle truppe tedesche coi commilitoni e cominciò lo sballottamento tra i lager di Polonia e Germania. Restò volontariamente dietro i reticolati in condizioni penose fino al termine del conflitto. Di sentimenti monarchici, aveva infatti rifiutato l’adesione alla Rsi che gli avrebbe consentito il rimpatrio immediato. «Fatto prigioniero dai nostri alleati tedeschi, fui liberato dai nostri nemici inglesi. Poi, fortunatamente, arrivarono gli americani a liberarmi dagli inglesi e dai tedeschi», fu il suo ironico commento ai due anni in campo di concentramento. Tornò di 40 chili e con due baffi a manubrio che si era fatto crescere giusto «per avere qualcosa a cui aggrapparsi» quando la fame era troppa e stava per svenire.
L’editore Angelo Rizzoli gli dette subito da dirigere un settimanale politico dal nome volterriano che egli schierò con la Dc in vista delle elezioni del 18 aprile 1948. Fece un’irruente campagna contro il Fronte popolare, decisiva per la vittoria di De Gasperi. Tale fu il suo contributo che la rivista Life lo definì «il più abile e efficace propagandista anticomunista in Europa». Nacque dal suo cervello anche il celebre slogan che ammoniva gli elettori del Pci: «Nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no».
Quasi subito però il Nostro cominciò a averne le tasche piene anche dei vincitori. Avendo notato che il capo dello Stato, Luigi Einaudi, aveva messo sulle bottiglie di Nebiolo dei suoi vigneti di Dogliani l’etichetta «Il vino del Presidente», si inviperì. Trovava inammissibile che usasse la carica per reclamizzare i suoi prodotti come un piazzista. Iniziò allora a pubblicare sul suo giornale una serie di vignette in cui Einaudi è circondato da bottiglioni di Nebiolo vestiti da corazzieri, passa in rassegna truppe di artiglieria con bottiglie di Nebiolo al posto dei cannoni, ecc. Tanto insistette, che finì sotto processo «per offese all’onore» del Presidente. Il polemista rifiutò di scusarsi e fu condannato nel 1951 a otto mesi con la sospensione della pena per cinque anni.
Nonostante la spada di Damocle della condizionale, il direttore si rituffò nell’arena. Stavolta, prese di mira De Gasperi che, per battere il progetto di una «grande destra» di Sturzo, vagheggiava un’alleanza con la sinistra. Il Nostro fu così contrario da farne una malattia. Idiosincrasia quantomeno strana in uno come lui che, in una serie di racconti di successo, aveva prefigurato una complicità di fatto tra il clero e i rossi. Ma evidentemente ciò che era consentito alla sua fantasia non doveva essere tradotto in realtà da De Gasperi. Sta di fatto che lo attaccò pesantemente. Tale Enrico De Toma, un ambiguo ex ufficiale di Salò, gli fece pervenire una lettera di De Gasperi del tempo di guerra in cui il futuro premier chiedeva agli Alleati di bombardare la Capitale per indurre i romani a sollevarsi contro i nazifascisti. Nel 1954 il Nostro pubblicò lo scritto convinto che fosse autografo. De Gasperi, mortalmente offeso, querelò. Il tribunale stabilì la falsità della lettera e comminò al direttore un anno di arresti, più gli otto mesi della prima condanna sospesa. L’imputato rinunciò all’appello e si presentò di persona nel carcere di Parma. Scontò la pena, proibendo ai familiari di chiedere la grazia.
Quando uscì, non era più lo stesso. Rinunciò alla direzione del settimanale che senza di lui chiuse. Il ristorante lo distrasse, ma la tabe del pessimismo gli divorò il cuore. Fu la nipotina a trovarlo nella sua stanza stecchito da un infarto a 60 anni.
Chi era?