Biennale di Venezia, cascate e camminate fra le nubi

Alla Biennale d'architettura ci sono troppi concetti e poche case. Il posto giusto delle installazioni sarebbe un museo d'arte contemporanea

Venezia - Brian Eno, Eric Satie: una musica discreta.

Potrebbe essere questo il soundtrack per un possibile invito a «danzare l’architettura» della dodicesima Biennale di Venezia, affidata quest’anno alla direzione della giapponese Kazuyo Sejima (apre domani, fino al 21 novembre; info sul sito web labiennale.org).
Il titolo della rassegna, concepita come un’unica, grande rassegna tra Giardini e Arsenale, è «People meet in architecture». Proprio il progetto per il Museo di Teshima che la stessa Kazuyo Sejima presenta al Palazzo delle Esposizioni, inizia già a corrodere quest’idea d’incontro. L’idea di sistemare una struttura museale nella desolazione di un’isola in cui non c'è nulla, e di modellarla con una forma simile a una goccia, destinata a sparire nel paesaggio, è il primo sintomo che qualcosa nell’ipotesi di un’architettura «democratica» evidentemente non tiene. Eravamo venuti a «sentire la musica che non c’è ancora», per parafrasare il discorso inaugurale del Presidente della Biennale Paolo Baratta. E invece siamo qui, in un museo a guardare i progetti per un altro museo, alla faccia della natura, modellini che sembrano aspirare a una Dissipatio H.G., come se l’architettura non fosse una disciplina umana, e si potesse autogenerare. Proprio questo trend post-ambientalista, che vede ricorrere espressioni quali «territorio enzimatico», «urbanizzazione debole» e «bosco di architettura», è il grande inganno con cui sembra riformularsi l’autorialità delle archistar.

Lo spettatore inizia a chiedersi che genere di spettacolo è quello a cui sta assistendo. Senza leggere i cartelli non capirebbe nulla, e d’altra parte dopo aver letto i cartelli non c’è più niente da vedere. Fumisterie?

Una lezione viene dal padiglione dei Paesi Scandinavi. Al posto di modelli in scala, rendering e video che inchiodano per decine di minuti gli spettatori davanti a immagini statiche, le architetture pubbliche degli Stati Nordici sono illustrate attraverso una serie di foto, che documentano diciotto progetti realizzati, in controtendenza rispetto alla «performatività» dilagante, che è la vera zavorra di questa Biennale. Architetti, ingegneri, performer, studi privati e nazioni partecipanti, sono stati chiamati a interpretare gli ambienti dei Giardini e dell’Arsenale con un mandato «open», che attiene più al lavoro del curatore che del semplice espositore. Il che ha rinfocolato purtroppo l’ambizione di artisticità e «installazionismo» di molte griffe. Ci è toccato così passeggiare tra le nuvole di Matthias Schuler, un’idea degna degli effetti speciali de L’aereo più pazzo del mondo, o evitare gli scrosci delle canne d’acqua iridescenti sistemate in una stanza buia da Olafur Eliasson, contrabbandati per una riflessione sull’istante.

Sul punto di concludere che una Biennale d’Architettura si distingue a stento da una di Arte Contemporanea abbiamo fatto dietro front, e ci siamo diretti verso i più prosaici padiglioni nazionali dei Giardini, dove l’opening day stava per degenerare in un debosciato tartina party. Tra cantantesse canadesi che intonavano Leonard Cohen, ponti ferroviari alpini elevetici, legname di foresta cecoslovacco, abbiamo fatto appena in tempo a infilarci nel box australiano. E finalmente, in questa bellissima scatola neroarancio dalle linee imprevedibili, abbiamo potuto assistere all'unica seria riflessione sull’abitare.

«Now and When» è una creazione in tecnologia 3D, che cerca di individuare un terreno di discussione sull'attualità dei problemi urbanistici, a partire da una forma di predizione che, seppur fondata su elementi di realtà, deraglia poi consapevolmente in direzione immaginifica. Nel cercare di dare una forma alle incertezze degli australiani sulla loro vita futura, si è proceduto a fotografare Melbourne e Sidney, mettendole a confronto, per contrapposto, con le cave minerarie dell’entroterra da cui viene ricavato il materiale edilizio, e che vanno formando, per negativo, delle forme urbane organiche, suscettibili di essere riempite.

Il passaggio dall’oggi al futuro avviene lavorando su queste immagini, al fine di creare una serie di città del 2050, corrispondenti a diverse forme e algoritmi. Il risultato, sospeso com’è tra iperrealismo della tecnologia stereoscopica e modularità proliferante delle forme architettoniche, tradisce l’angoscia viscerale che si cela dietro al pensiero debole degli eco-positivisti. Gli esiti di «Now and When» suonano così come il controcanto della programmatica latenza di un pensiero autenticamente politico in questa Biennale.
Estetizzante, evanescente ed ecumenica, la Biennale della signora Sejima assomiglia a quei giardini veneziani in cui si sogna sia conchiuso il mondo. Che invece inizia al di là del muro di cinta.
Domani, Padiglione Italia.