Biodiesel, per salvare il pianeta si affama la gente

Caro dottor Granzotto, a proposito di quanto lei ha scritto sul biodiesel bisogna aggiungere che la conversione delle colture a favore di coltivazioni destinate alla produzione del carburante ecologico ha necessariamente fatto diminuire quelle destinate alla alimentazione umana ed animale provocando un vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari quali pane, pasta, latte, uova e carne. Se è vero che il fine giustifica i mezzi ciò vuol dire che per accontentare gli ecologisti si possono sacrificare milioni di vite umane che, non avendo i soldi necessari, sono destinate a morire di fame?


È verissimo, i prezzi dei generi alimentari che lei elenca (ma ce ne sono altri) stanno andando alle stelle, ma non è tutta colpa del biodiesel. Non ancora, per lo meno. A farli lievitare, quei prezzi, è soprattutto la sempre più incalzante richiesta di cereali (per alimentazione umana e per foraggio) da parte di Cina e India, che da sole fanno qualcosa come due miliardi e mezzo di anime ben intenzionate, grazie alla crescita economica dei rispettivi Paesi, a mangiar di più e meglio. È evidente che in una situazione del genere l’improvvisa passione per il biodiesel, l’ultima delle mattane ecologiste, non fa che aggravare le cose. Perché non si scappa: se qualche milioncino di ettari di mais per mangime finisce in raffineria invece che alle galline, non bisogna essere un fior di economista come Padoa-Schioppa per sapere che il prezzo di quelle bestiole e delle relartive uova s’impenna. Idem se finisce in raffineria il mais da trinciato che era destinato al foraggio di mucche e manze: latte e quindi burro oltre che la fettina finiscono per costare di più.
Però non tutti la vedono così. Le pitonesse di Terra Madre, ad esempio, che al biodiesel hanno affidato il compito di salvare il pianeta dalla certa, immancabile sua morte per mano dell’uomo cattivo. Un nome a caso: Carlin Petrini. L’inventore dello Slow Food, quello del lardo di Colonnata e delle formaggelle di fossa. Dice Petrini che questa storia del Brasile e degli Usa che per produrre biofuel tolgono superficie al mais il quale finisce per costare di più facendo aumentare anche in Italia il prezzo delle uova, bé, non lo convince. Dice Petrini che sarà così per le galline che mangiano mais americano (che schifo! Il mais di Bush) o brasiliano (squisito. Il mais di Lula), ma non per le galline che mangiano mais italiano. Dice Petrini che «se si sposta il focus dal global al local allora può succedere che il caro prezzi si contrasti anche così». Il focus. Dal global al local. Dice Petrini. Se non bastasse, prosegue Petrini, per raffreddare il carovita basta distinguere «tra prodotti e commodities, ovvero cibo inteso come roba che si mangia e cibo inteso come cosa che si vende». Tutto molto chiaro, tutto molto logico. Basta che i produttori di grano, avendo cura di spostarselo, il focus, e ficcandosi nella zucca che il loro cereale mica è cibo, ma solo commodities, accettino di vendere a cinquanta ciò che sul mercato si vende a cento. O, in via subordinata, che sempre dopo aver spostato qua e là il focus i produttori di uova si rendano conto che le uova non sono commodities, ma cibo. E che dunque nel farne il prezzo non devono tener conto di quello delle commodities, ma del local e del global sennò si finisce per non capir più niente. Tutto ciò, va da sé, per consentire ai marpioni di coltivare impunemente cereali da raffineria onde salvare il pianeta. E fin qui tutto bene. Ma chi ci salverà dai Petrini?
Paolo Granzotto