Bioetica, chi teme la Chiesa ha paura delle proprie idee

Federico Guiglia

Quante prudenze e quanti pudori sull’appello lanciato dal Quirinale per «soluzioni condivise» con la Chiesa cattolica a proposito di temi quali la ricerca e la bioetica; prudenze perfino della stessa presidenza della Repubblica, che ha sentito il bisogno di dover precisare con un comunicato le pur precise parole che il capo dello Stato aveva pronunciato poche ore prima. È così: ogniqualvolta i vertici della Repubblica provano a dialogare con quelli del Vaticano, nella politica italiana suona l’allarme rosso del fraintendimento. Quasi che il Papa potesse legiferare al posto del Parlamento, o le istituzioni del Paese non conoscere il confine scolpito all’articolo 7 della Costituzione («lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»); l’unico confine che neanche la globalizzazione potrebbe un giorno sperare di abbattere.
Eppure, l’ovvio diventa oggetto di equivoci, l’elementare necessità del confronto evocato da Giorgio Napolitano diviene lo spunto per interrogativi fuori dal tempo; posto che sarebbe curioso per un Paese dalla radicata tradizione cristiana, discutere delle grandi questioni della vita e della morte considerando irrilevante o addirittura irricevibile il punto di vista di chi rappresenta questa tradizione sotto il profilo religioso. In realtà strano sarebbe stato il contrario, cioè che il presidente della Repubblica avesse invocato «soluzioni non condivise» col mondo cattolico, e proprio sui quesiti che più da vicino riguardano la cultura e interrogano la coscienza dei cattolici.
Per una nazione come l’Italia, il Vaticano dovrebbe essere considerato una straordinaria opportunità, anziché il perenne alibi per misurare, in un immaginario e muscoloso braccio di ferro, il tasso di sovranità della Repubblica italiana. A parte le sempre utili riflessioni che può proporre chi riflette da un paio di millenni, esistono degli ambiti di politica interna ed estera in cui la «convergenza parallela» col più piccolo Stato della Terra non può che giovare all’Italia. Si pensi soltanto al flusso di turismo che il Vaticano suscita nei credenti d’ogni continente, e che finisce per riversarsi anche sul nostro Paese. Ma si pensi, inoltre, a quella «politica della lingua» che l’Italia potrebbe promuovere nel mondo in sintonia con la Santa Sede, che alla lingua italiana riserva un ruolo di comunicazione universale: è la sua moderna lingua franca, ben più di quanto possa esserlo il pur riscoperto e antico, e tenero, latino.
Ci sono mille ragioni per camminare insieme («scelte condivise»), nessuna per erigere muri anacronistici o innescare polemiche ridicole. Anche perché chi si sente politicamente forte della sua «identità repubblicana», non può temere il pensiero della Chiesa: farà valere il proprio. E se davvero basta una frase di un’alta autorità religiosa per modificare le proprie convinzioni politiche, se sul serio si ha paura del confronto a tutto campo temendo l’altrui «indebita interferenza», tutto ciò dimostrerebbe solo che è la politica a non aver ancora elaborato idee chiare sui maggiori problemi del nostro tempo. Come d’altronde testimonia la materia del contendere, quella bioetica che dall’eutanasia alla manipolazione genetica, ai nuovi «diritti della vita» non dà segni né segnali di legislazione in Parlamento. Tanti annunci e qualche iniziativa presentata, però a conti fatti mancano «soluzioni condivise» non solo fra laici e cattolici, ma anche fra maggioranza e opposizione pur essendo la materia una tipica materia da libertà di coscienza. Fra tanti tavoli veri o presunti neppure uno «dei volenterosi» per legiferare in modo concreto sui grandi e spesso gravi dilemmi di oggi.
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