Il bivio di Israele

Non c’è fronte su cui Israele non sia drammaticamente impegnato in queste ore: oltre alla possibile incriminazione del Primo ministro Ehud Olmert, ci sono atteggiamenti pratici da scegliere e di cui si discute freneticamente su due pilastri della vita di Israele. Sono due domande fatali, una sulla guerra, l’altra sulla convivenza con gli arabi, ma la loro dura realtà è così appesantita di significati da fare apparire ogni logica realistica impossibile.
Il primo tema: ieri, dopo giorni da quando - vogliamo dirlo? - era fuggito e aveva dato le dimissioni dalla Knesset, molte interviste dal Cairo e parecchie chiacchiere fra cui la promessa di tornare, è stata diffusa la notizia che il deputato arabo israeliano di Nazareth Azmi Bishara, del partito laico Balad, è sospettato di tradimento e riciclaggio. Sembra possibile che Bishara abbia nientemeno che ricevuto denaro dagli hezbollah per consegnare informazioni durante la guerra dell’agosto scorso. Bishara dichiara di essere discriminato e perseguitato in quanto arabo, e dice alle Tv arabe che tengono per lui con tutto il cuore, che durante la guerra del Libano si limitava a parlare al telefono con una amica di Beirut.
Certo è che Bishara, filosofo e sociologo, negli anni ha risolto il dilemma di essere un arabo israeliano immerso nella democrazia israeliana fino al rango di deputato facendone l’uso più estremo, quello davvero impensabile in qualsiasi Paese arabo, con una identificazione totale col nemico. È rimasta famosa una sua visita in Siria a Bashar Assad in settembre, in cui avvertiva Assad che «Israele potrebbe lanciare contro di voi un attacco preventivo per ristabilire la deterrenza e superare la sua crisi interna»; poi, in una visita agli hezbollah, li lodava per «aver sollevato con la guerra lo spirito Arabo» e applaudiva le promesse di distruggere Israele. A Hamas aveva detto «non fate mai nessuna concessione a Israele» e di non escludere la possibilità di una «guerra regionale in cui Siria e Iran si uniranno contro Israele». Adesso, mentre la magistratura rende pubblici i suoi micidiali sospetti contro Bishara, Israele si trova molto realisticamente di fronte a un attacco di opinione pubblica innanzitutto araba che presto si allargherà all’Europa, quella che ama dichiarare Israele razzista. La discussione, come no, metterà di nuovo in questione la democrazia israeliana stessa, il nodo arabo-israeliano, sempre più problematico di fronte alla crescente guerra jihadista, verrà al pettine. Sarà capace Israele di non arrendersi alle provocazioni che non mancheranno? Non è facile, ma solo se gli arabi di Israele prenderanno responsabilità sugli obblighi che comporta essere israeliano forse si eviterà uno sdrucciolamento che può diventare guerra, e il loro Paese li sentirà sempre di più suoi.
La seconda domanda fatale: entrare a Gaza o limitarsi a azioni puntuali per contenere Hamas e le altre organizzazioni terroriste dopo l’ultima pioggia di Kassam? Il governo discute febbrilmente opinioni molto distanti l’una dall’altra, senza nessun nesso con la destra o la sinistra. Le dozzine di Kassam e proiettili di mortaio rivendicati da Hamas che martedì, nel 59° anniversario dell’indipendenza israeliana si è rovesciato sul Negev Occidentale riflettono un fenomeno che da tempo lo Shabbach, i servizi segreti, prevede e teme: la hezbollizzazione della Gaza di Hamas. Il fuoco di sbarramento di martedì, è stato appurato, doveva servire, come nel caso di Regev e Goldwasser sul confine del Libano nell’estate scorsa, a rapire soldati israeliani, come Gilad Shait ancora in mano palestinese. La decisione di Hamas di percorrere questa strada derivava da motivi politici esterni (sfruttare la debolezza del governo Olmert) e interni (il ministro degli Interni Hani Hawassmeh cerca di distruggere con una nuova guerra le divisioni interne e soprattutto il tentativo di Muhammed Dahlan, leader di Fatah, di costruire un suo esercito) e soprattutto è conseguente a una politica che ha fatto di Gaza una riserva di armi mai vista prima, con tonnellate di esplosivo nascoste, Kassam e proiettili di varie dimensioni anche autoprodotti, missili antitank e terra aria, una città di tunnel, bunker, difficili da trovare e distruggere. Il traffico al confine con l’Egitto, quello che gli israeliani chiamavano lo Tzir Filadelfi e passato in mano egiziana, porta armi e uomini pericolosi a Gaza. «Due furono gli errori fondamentali compiuti: lasciare lo Tzir agli Egiziani», è il commento del deputato del Likud Yuval Steinitz, ex presidente della Commissione Esteri, «e lasciare che una forza terrorista come Hamas partecipasse alle elezioni. Oggi, se non vogliamo trovarci di fronte a tentativi continui di rapimento e a una incessante pioggia di missili nel Sud di Israele e oltre, insomma a una guerra continua, dobbiamo reagire non con azioni mirate e piccoli interventi, ma occupando le zone di Gaza da cui si attacca». Ma Olmert non è d’accordo: è impegnato in una grande manovra diplomatica con Abu Mazen tesa a dare legittimità a ambedue i leader. Anche se ciò che Abu Mazen ha promesso anche durante la sua visita in Italia, ovvero che l’aggressione di Hamas non si ripeterà, è una pia speranza senza possibile fondamento.
Le centinaia di Kassam piovute su Israele in questi ultimi mesi non portavano la firma di Hamas solo per motivi di opportunità, ma senza l’approvazione e l’aiuto di Hamas, peraltro sempre ostentatamente determinato a distruggere Israele, né la Jihad Islamica né altri gruppi avrebbero potuto agire. Dunque, Israele deve guardare in faccia la realtà e agire? O volgerà il viso soprattutto alla comunità internazionale che sia nel caso degli arabi israeliani che in quello di Gaza invita a mangiare il frutto dell’oblio in onore del politically correct? Nominalismo o realismo? Un dilemma cui certo l’Europa contribuirà poeticamente con parole di pace e fratellanza fra cui «responsabilità» non figura.
Fiamma Nirenstein