La Blackburn riscrive il mito di «Lady Day»

In un libro la dolorosa parabola della Holiday morta nel 1959

La scrittrice inglese Julia Blackburn, alla quale si devono saggi e romanzi tradotti anche in italiano, ha voluto anticipare le celebrazioni per il mezzo secolo dalla scomparsa di Billie Holiday con questo suo ponderoso volume (Lady Day, La vita e i tempi di Billie Holiday, edizione italiana Il Saggiatore, pagg. 352, 35 euro) la cui stesura originale intitolata With Billie, pubblicata in proprio, risale al 2005.
Billie è la voce più straordinaria della storia del jazz, come riconoscono perfino coloro che le preferiscono Shirley Horn o Sarah Vaughan, Carmen McRae, Ella Fitzgerald, Mildred Bailey. Julia Blackburn se ne innamora a 14 anni - perciò nel 1962, tre anni dopo la morte della cantante - quando, annoiandosi durante una festa della swinging London, si ritira in un angolo ad ascoltare in sordina i brani di un disco scelto a sorte, A Billie Holiday Memorial. Quel canto insieme infantile e perverso, tenuto quasi sempre nel registro medio, trascinato in apparenza oltre ogni regola, diventa per Julia una svolta della vita. Acquista il disco, lo ascolta fino ad imparare tutto a memoria e decide che quando saprà o potrà, farà qualcosa per Billie Holiday.
Adesso la promessa è mantenuta in modo alquanto singolare, perché insolite sono la genesi e l’impostazione del libro. Fondamentale è la lettura del secondo dei 38 capitoli, dove Julia dichiara che sta ripercorrendo i passi di un’altra persona. Scrive: «Più di 30 anni fa una donna di nome Linda Kuehl decise di scrivere un libro su Billie Holiday. Per cominciare, intervistò con un registratore a cassette più di 150 persone che avevano conosciuto Billie in diversi momenti della sua breve vita, dopo di che si mise lentamente a trasferire tutte quelle parole su carta (...) finché si accumularono centinaia di pagine, un’enorme montagna parlante». Linda Kuhel trovò anche un editore, Harper & Row di New York, disposto a pubblicare la sua fatica. Quando però prese visione del lavoro, lo rifiutò. Linda cercò altri editori, sempre con esito negativo, finché nel gennaio 1979 si suicidò a Washington per la disperazione.
Entrata in possesso del materiale, Julia Blackburn lo sistema e lo asciuga, ma ne mantiene il criterio. Il libro è un documentario in cui ogni intervistato racconta ciò che gli pare a proposito di Billie, e a Julia poco importa che le diverse storie non si armonizzino fra loro o sembrino parlare a volte di una donna del tutto diversa. Gli interpellati ignoti sovrastano i noti. Eppure il libro funziona, sebbene un ammiratore assoluto di Billie Holiday come il sottoscritto lo consideri un utile e importante proemio a qualcosa di molto più vasto ed essenziale che dovrà pur venire. Mi spiego. Lasciando da parte alcuni interventi minori, l’opera letteraria su cui ci si basa tuttora per accostarsi a Billie è l’autobiografia dettata a William Dufty La Signora canta il blues, apparsa negli Stati Uniti nel 1956 e in Italia nel 1959 per Longanesi e poi più volte per Feltrinelli. Sebbene divorato dai fan, il libro è magro e mediocre, pieno di balle a cominciare dal famoso incipit («La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono: lui aveva 18 anni, lei 16, io 3»). È proprio Julia a smentire la panzana in modo inconfutabile: il 7 aprile 1915 la madre di Billie, Sadie Fagan, aveva 19 anni e 16 il padre, il banjoista Clarence Holiday. Aspettiamo con fiducia un prossimo volume esaustivo. Forse da Julia Blackburn.