Blues o non blues Zucchero è «soltanto» un grande musicista

Sembra proprio che Zucchero non sia un musicista blues. Lo affermano dotti esperti in materia, proseguendo una querelle che dura da anni e che poggia, in realtà, sul nulla: Zucchero, infatti, non ha mai asserito di essere un bluesman. E infatti non lo è, come non è un cantautore, né un rocker, né un autore pop e nemmeno un compositore di jingles televisivi: è «soltanto» un grande musicista, ed è noto a quasi tutti che la grande musica non tollera di essere frazionata in generi, avvilita dalle etichette, umiliata dai puristi.
La grande musica è quella che sorvola i generi - e mica da oggi: Bach non disdegnava di ispirarsi alle danze italiane, francesi, spagnole per comporre capolavori che certamente non potevano essere definiti musica da ballo - e sconfigge l’angustia mentale dei puristi, che stanno alla cultura come il boia sta all’impiccato: nel senso che il purismo uccide la cultura allorché le vieta il libero volo, l’esplorazione di territori nuovi, il coraggio dell’eterodossia, facendone dunque un’aquila dalle ali mozzate, un coagulo di dogmi conclusi in se stessi.
Quando Miles Davis cominciò a rifondare il jazz frequentando il pop, il rock, la musica etnica, perfino l’hip hop, i puristi si stracciarono le vesti: il che non ha impedito a Davis di entrare nella storia come uno dei massimi musicisti del Novecento. E quando, nei micidiali anni ’80, la musica popolare stava morendo soffocata dalla tirannide della video-music, a infonderle nuova linfa provvide la contaminazione tra generi - che è esattamente l’opposto del purismo - praticata da artisti come David Byrne, Joe Zawinul, Paul Simon, Fela Kuti, Youssou ’N Dour, Peter Gabriel, De André, Pagani, Battiato.
Allora Zucchero non è un musicista blues, come gli rimproverano i suoi detrattori? Certo che non lo è, e meno male. Meno male che la sua musica - godetevi Fly, l’ultimo album - contamini blues, r&b, soul, radici padane, canzone d’autore, Caraibi, rock, grandi ballate. Aggregando talvolta coautori e coesecutori d’estrazione diversa - De Gregori, Paoli, Fossati, Jovanotti, Panella fino a Miles Davis, Bono, Sting, Solomon Burke, Brian Auger, Clapton, BB King - così da evitare d’essere imprigionata in un genere o in un’etichetta, e impedendo a lui di scadere da musicista completo a feticcio dei puristi. Puccini s’ispirò alla tradizione, via via, cinese, giapponese, nordamericana, senza con questo diventare un musicista cinese, giapponese o americano. Bartók trasse spunto dalla tradizione slava e Stravinskij da Pergolesi - Pulcinella - e dal patrimonio ebraico - Sinfonia di Salmi - ma la loro musica andò ben oltre i confini slavi, settecenteschi o ebraici: il che viene giustamente vissuto come un pregio, non certo come un illecito culturale. Non si capisce dunque perché si rimproveri a Zucchero, per il fatto di trarre spunto anche dal blues e dal soul, di non essere soltanto un musicista blues o soul, ma di essere molte altre cose, vivaddio.