Bobby Sands, protesta sotto forma di poesia

L’indipendentista irlandese moriva 25 anni fa. Nel suo «Diario», né odio né nichilismo, ma accenti che rimandano a Yeats

Martedì 5 maggio 1981, nel carcere di Maze in Irlanda del Nord, Bobby Sands moriva per sciopero della fame. Era il primo: nei mesi successivi lo seguirono, come passandosi il testimone della protesta e della morte, altri giovani: Francis Hughes, Raymond MacCreesh, Patsy O’Hara, Joe MacDonnel, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Micky Devine e Thomas MacIlwee. Quell’estate, io ero in viaggio attraverso l’Irlanda in cerca di antiche leggende celtiche. A Galway, il giorno della morte di Thomas MacIlwee, vidi all’improvviso giovani con il volto coperto da un passamontagna sfilare quasi di corsa per la via centrale reggendo sulle spalle una bara di cartone nero. Ci fu un silenzio terribile per una strada che di solito in quella stagione è la più tintinnante di musiche al mondo, e i manifestanti si volatilizzarono, come se fosse stato un soffio di vento a portarli.
Da quel momento, cominciai a interrogarmi sulla tragedia politica e umana che si consumava in Irlanda, con una passione di sempre crescente intensità. Volevo capire. Lo scontro cui ero di fronte era diverso da quello che in Italia aveva visto le Brigate Rosse opporsi allo Stato. E diverso da quello che oggi oppone il terrorismo di matrice islamica, guidato da un capo come Bin Laden, all’Occidente. È vero, i ragazzi detenuti nel carcere di Maze erano considerati dalle autorità britanniche dei terroristi, anzi dei delinquenti comuni, e come tali venivano trattati. Ma c’era qualcosa di molto più nobile del terrore ad animarli. Il loro sciopero era cominciato proprio per ottenere dal governo della Thatcher, detta non a caso «Lady di ferro», il riconoscimento della condizione di detenuti politici. Cominciarono a suicidarsi uno dopo l’altro, con una coerenza implacabile. E con una altrettanto implacabile logica i britannici non cedettero.
Io fui subito istintivamente dalla parte degli irlandesi. Trovai su una bancarella il Diario di Bobby Sands, pubblicato dal Sinn Féin Publicity Department a Dublino. Un librino dalla copertina rosa scuro con caratteri e fregi celtici. Veniva diffuso clandestinamente. Feci un’offerta e ne ebbi una copia. La portai poi in Italia, dove uscì sull’Illustrazione Italiana, per interessamento di Franco Cordelli. Il più onesto e lucido tra gli intellettuali di allora, Leonardo Sciascia, scrisse per condannare quel tragico sciopero della fame interpretandolo come una resa alla logica della morte. Per una volta, non fui d’accordo con lui. A me sembrava che quei giovani irlandesi avessero dato la più straordinaria testimonianza di fede e di vita, di pace e di dignità.
Il Diario che Bobby Sands scrisse tra l’1 e il 17 marzo di quell’anno mi confermava in questa opinione. Per me, fu una scoperta sconvolgente: il giovane ribelle impegnato in una partita mortale per affermare la propria dignità di uomo e i propri ideali di irlandese, non usava i cascami ideologici pieni di odio e di nichilismo, i modi impersonali e superbi, il linguaggio tetro, ragionieristico e mortuario cui ci avevano abituato i nostri brigatisti. Al contrario, sia nelle pagine in inglese, sia in quelle in gaelico, la lingua autoctona dell’Irlanda, mostrava un senso di umanità, di generosità, di dolcezza, di poesia della vita, di humor perfino, da cui mi sentii subito commosso e conquistato. Il Diario comincia con queste parole, che sembrano riecheggiare la grande poesia di William Butler Yeats: «Sono in piedi sulla soglia di un altro mondo tremante. Che Dio abbia pietà della mia anima».
In Irlanda, e in Bobby Sands, agisce un sentimento religioso del vivere, pulsa il più generoso e forte cuore cattolico d’Europa. Nella visione delle cose del giovane combattente per la libertà ha un posto preciso, cristiano, il sacrificio per gli altri, per la propria idea, per il proprio popolo. Hanno un posto la solidarietà, l’amicizia, il sogno, l’utopia, valori altrove rinnegati. Lui dimagrisce, le fauci gli si seccano, la testa gli gira, e scrive ancora sino a che la sua mano e il suo cervello glielo permettono. Le ultime parole sono una celebrazione commossa del desiderio di libertà. Quando il desiderio di libertà trionferà, «sarà allora che vedremo il sorgere della luna». Se l’Irlanda oggi è pacificata, dopo tanto sangue, si deve al sacrificio di Bobby Sands e dei suoi amici, che mostrò come non si poteva restare sulla strada dello scontro e di una violenza così feroce. La tragedia ha prodotto catarsi.
Sono tornato non molto tempo fa in Irlanda. Come è tutto cambiato, dopo un quarto di secolo! La povertà che popolava l’isola di immagini dickensiane sembra scomparsa. Tutto è più ricco, lindo, normale. Ma, come uscito dal passato, un giorno, al Trinity College, mi si presenta un tipo con una gran barba, una giacca stazzonata, un gesticolare pieno e una voce roca. È Padraig O’Snodaigh. È un buon poeta, un traduttore, ma soprattutto un indipendentista. Scopro che è lui che ha tradotto in gaelico la poesia che avevo scritto tanti anni fa in memoria di Bobby Sands e ne ha fatto un librino che, mi racconta, viene ancor oggi letto nei pub di Dublino e di Belfast. Così il mio inchinarmi al sacrificio di quei ragazzi ha lasciato un piccolo segno. An Tamhràn Eireannach: in quella lingua di frontiera, piena di magia e incanti, vuol dire: il canto irlandese. Per me, con il suo Diario e il suo sacrificio, Bobby Sands è ancora oggi un eroe non soltanto della libertà, ma anche della poesia e della pace.