Dalla «Boca» proletaria alle guerre di religione combattute a Glasgow

Sui più famosi campi da gioco sono nati conflitti, scontri e svolte politiche

Il mito è il Maracanà di Rio De Janeiro, a lungo lo stadio più grande del mondo: progettato per 160mila persone, riusci a contenerne, per la finale dei Campionati mondiali del 1950, più di 199mila. Ma proprio quel giorno, era il 16 luglio, gettò il Paese nella tragedia: la sconfitta della squadra di casa, battuta a sorpresa 2 a 1 dall'Uruguay provocò un'ondata di disperazione senza precedenti, con il picco più alto di suicidi mai verificatosi nella storia brasiliana. Per rimanere in America Latina un altro stadio icona è la «Bombonera» di Buenos Aires, la casa del Boca Junior, prima squadra simbolo di Maradona, ma anche dei descamisados, il sottoproletariato della periferia «portena», che tanta parte ha avuto nella storia argentina.

Quanto all'Europa da nessuna parte come in Scozia è evidente il nesso tra stadi, cultura e società. L'Ibrox Park è dal 1899 l'arena dei Glasgow Rangers, la squadra protestante della città. Uno dei cori storici dei suoi tifosi è «We're up to our knees in Fenian blood», siamo immersi fino alle ginocchia nel sangue Feniano. La Fratellanza Feniana è l'associazione che si è battuta dalla seconda metà dell'Ottocento per l'indipendenza dei cattolici d'Irlanda e il Celtic, l'altra squadra di Glasgow, è cattolica: in ogni derby rivalità calcistiche si mescolano ancora oggi a contrasti sociali e religiosi. Gli unionisti di Belfast sono gemellati con i fratelli protestanti di Scozia e per la partita arrivano dall'Ulster gli estremisti dei due schieramenti, in modo da continuare nelle strade intorno allo stadio il loro secolare confronto.

Il motto del Barcellona, la squadra di Messi è «Mas que un club», più di una squadra. Una dichiarazione politica allo stato puro, e il Nou Camp, per capienza secondo stadio calcistico del mondo, è da sempre considerato uno dei santuari dell'indipendentismo catalano. Qui il dissenso si esprime con i fischi all'inno spagnolo quando il protocollo impone di suonarlo. Un atteggiamento che, accoppiato agli ultimi eventi politici, ha fatto sì che da tempo gli esponenti della famiglia Reale spagnola cerchino di tenersi alla larga dal campo di Barcellona.

Fin qui i fischi, che però, anche nella civile Europa possono trasformarsi in pallottole. Il caso più noto è quello della partita del maggio 1990 alla stadio Maksimir di Zagabria tra la formazione di casa della Dinamo e la Stella Rossa di Belgrado: i tifosi serbi guidati dal comandante Arkan si scontrarono con i rivali croati. Secondo un'interpretazione diffusa la guerra civile jugoslava iniziò quel giorno.

Simbolo di un passato di sangue è anche l'Olympiastadion di Berlino: costruito nel 1936 per le Olimpiadi fu immortalato da una delle pellicole più note di Leni Riefensthal, Olympia. A inaugurarlo fu Hitler in persona, ristrutturato in anni recenti ospita le partite casalinghe dell'Hertha.

AA