Boicottaggio? Il più classico degli autogol

Il tentativo di escludere lo Stato ebraico alla Fiera del Libro è riuscito a spaccare anche la sinistra. E a rilanciare l’immagine culturale del Paese

Se non fosse nota l’incapacità congenita di Israele nel promuovere la propria immagine nel mondo mediatico contemporaneo, il boicottaggio, promosso recentemente da personaggi che si credono portavoce della cultura italiana e araba, alla presenza dello Stato ebraico alla prossima Fiera del Libro di Torino, potrebbe essere visto come una straordinaria operazione di successo in relazioni pubbliche del governo di Gerusalemme.
La pubblicità fornita al 60º anniversario della fondazione di Israele da questo stupido boicottaggio ha ormai varcato i confini italiani, sviluppando un positivo atteggiamento di riconoscimento del buon diritto di Israele, della sua vitalità e del contributo culturale e umano di una società a cui si contesta il diritto all’esistenza. Una società, fra l’altro, che continua a imporsi per le sue conquiste intellettuali, scientifiche e sociali nonostante l’ininterrotto stato di guerra. Il tentativo di boicottaggio si è così trasformato in un significativo autogol per gli avversari di Israele. Questi sono infatti riusciti a spaccare la sinistra; a schierare a favore di Israele rappresentanti di influenti circoli - imprenditori, avvocati, banchieri, accademici - che generalmente si tengono fuori dal battibecco palestinese.
Prendere le difese della cultura di Israele non è così soltanto diventato un modo di essere molto «in» ma ha anche fatto scoprire a parecchia gente in Italia la normalità dello Stato ebraico. Cosa che l’intellighenzia sinistroide italiana e larga parte di quella araba-islamica cercano di negare creando l’immagine falsa di uno Stato razzista, oggetto permanente di invidia e causa di confronti che mettono in luce l’assolutismo e il razzismo dei regimi arabi, la loro oppressione della cultura e delle libertà individuali.
Accettare il fatto che Israele sia onorato per la sua cultura significa infatti andare contro l’immagine di un Paese guerrafondaio che affama la sua inesistente occupazione, quei palestinesi di Gaza a cui i fratelli arabi vietano l’accesso al loro territorio e che domandano il diritto di entrare in Israele, Paese a cui inviano missili e kamikaze. Per i marxisti, la menzogna è sempre stata l’arma preferita, nella delegittimazione dell’avversario. Di conseguenza il fallimento di questo tentativo di delegittimare Israele sta rivelandosi dannoso proprio per chi lo ha organizzato, più che per Israele stesso.
Con questa iniziativa gli avversari di Israele sono riusciti anzitutto a indebolire i loro alleati israeliani, quella schiera di scrittori invitati alla Fiera del Libro di Torino che sono fra i più influenti critici del loro governo, oppositori della colonizzazione e favorevoli alla creazione di uno Stato palestinese. Obbligando inoltre scrittori arabi a dissociarsi da esso per difendere i propri diritti di libera espressione. Infine personaggi come Tariq Ramadan, come Ben Jalul, come Suad Amiry che debbono il loro riconoscimento alla libertà di espressione che invece vorrebbero negare a Israele, rivelano le cause vere del decadimento della società araba-islamica contemporanea. Non a caso il rapporto annuale delle Nazioni Unite sullo sviluppo del Paesi arabi nota che il numero di libri tradotti per un mercato di 250 milioni di persone è inferiore a quello dei libri tradotti in Spagna.
Il ritardo sociale, culturale, scientifico arabo non è tanto il frutto di un’oppressione straniera - certo non di quella israeliana - ma di una chiusura mentale incapace di liberare le élite dall’immobilismo dettato dal vittimismo a cui tutto dovrebbe essere permesso.
Quando scrittori arabi protestano contro «l’onore» che la Fiera di Torino tributa alla cultura dello Stato di Israele, non si accorgono di svelare le ragioni per le quali nella loro lunga guerra contro Israele gli arabi hanno perduto il loro onore. Non l’onore effimero, tribale, medievale sui campi di battaglia, ma l’onore che impone di distinguere fra passione e menzogna.
Una carenza che rende ancor più difficile affrontare i mali propri e spinge a credere che il solo modo per riconquistare la propria dignità sia quello di toglierla al nemico.