Bolton all’Onu, il «falco» saggio odiato a sinistra

Renzo Foa

John Bolton? Un terminator. La sua nomina all'Onu? Una vendetta di Bush. Il nuovo ambasciatore americano alle Nazioni Unite appartiene a quella categoria di persone che, solo a evocarne il nome, sollevano una reazione indignata nel mondo benpensante che forma la nuova ideologia della sinistra italiana. Come ha fatto la Repubblica che, nel descriverne la missione, per la penna di Vittorio Zucconi, ha annunciato che il suo apocalittico compito è quello di «dare il colpo di grazia ad un moribondo». È lo stesso giornale, si badi, che più di tutti ha difeso l'imperdonabile gaffe di Romano Prodi sulla missione Antica Babilonia come «forza di occupazione», trascurando che proprio il leader dell'Unione ha dimenticato - particolare non irrilevante per un ex presidente della Commissione europea e per un aspirante a Palazzo Chigi - gli atti formali del Consiglio di Sicurezza sulle elezioni in Irak, sull'Assemblea costituente, sul ruolo delle forze militari straniere, sulle tappe del ripristino della sovranità. In altre parole, nello stesso tempo in cui si esalta un diritto internazionale che non c'è ed in cui ci si richiama ad un Palazzo di Vetro del tutto virtuale, pur ammettendone l'agonia politica, a Bolton non si può risparmiare un mobbing preventivo.
Effettivamente l'ambasciatore di Bush ha una colpa non secondaria per lo schieramento multilateralista che si riconosce in Kofi Annan: è la colpa di non nascondere i problemi e di parlarne apertamente. Un solo esempio: poco meno di un anno fa egli avvertì che il programma nucleare iraniano costituiva una minaccia e disse che la questione avrebbe dovuto essere affrontata con la necessaria energia dall'Onu. Lo sentii mentre ne parlava a Venezia, dalla tribuna degli incontri annuali tra le fondazioni culturali europee e americane, promosse da liberal, di cui è un abituale frequentatore. Scoppiò un caso. Ci furono immediate lezioni perbeniste: si gridò che, dopo Bagdad, l'amministrazione americana già pensava a Teheran, si annunciò che la dottrina bellicista dei neo-conservatori aveva individuato il nuovo bersaglio. Oggi, passati pochi mesi, è l'Unione europea a mandare il suo ultimatum al regime degli ayatollah, che ha deciso la riattivazione della centrale di Isfahan, e sono Javier Solana ed i governi di Parigi e di Berlino a lanciare l'allarme. Dunque, Bolton aveva ragione o torto?
Aveva ragione, ma un «falco» ha torto per principio stando ai luoghi comuni buonisti e neutralisti. Il Palazzo di Vetro si è trasformato in questi anni in un opaco palazzo di scandali finanziari, politici, sessuali? Dove una burocrazia, che non deve rispondere a nessuno, si è eletta custode del multilateralismo dell'inettitudine? I cui vertici devono dedicare parte del loro tempo a chiedere scusa, non per piccoli errori, ma per tragedie che non hanno saputo prevenire né impedire? Poche settimane fa si è ricordato il decennale dell'eccidio di Srebrenica e l'anno scorso il decennale del genocidio in Rwanda. Meglio che tutto continui così, che di anniversario in anniversario si chieda scusa, piuttosto che un «falco» metta piede alle Nazioni Unite e prospetti una riforma capace di restituire alla massima istituzione mondiale un ruolo e un senso: questo sembra il significato del mobbing contro Bolton, iniziato al Senato americano per motivi di politica interna e via via propagatosi lungo le onde mediatiche del progressismo mondiale.
Non è dunque per caso che a sinistra, in Italia, sia subito scattato il riflesso condizionato di cucire addosso al nuovo ambasciatore l'immagine di un terminator. Crollato il dogma dell'Europa franco-tedesca, se anche il mito dell'Onu dovesse svanire, il neutralismo di Prodi resterebbe senza importanti punti di riferimento in Occidente.