Bomarzo: i misteri del parco e le delizie della tavola

Famosa per i «mostri» del giardino la cittadina Viterbese vale una visita anche per le tradizioni gastronomiche

Renato Mastronardi

Uscendo al casello di Attigliano dell’autostrada del Sole e percorrendo tre chilometri si arriva a Bomarzo, nell’estrema zona orientale del Viterbese, là dove il Tevere separa il Lazio dall’Umbria. Il suo etimo, Polimartium, è un chiaro riferimento al dio Marte. E fu proprio la Polimartium romana ad affermarsi dopo la battaglia che i Quiriti combatterono vittoriosamente contro gli Etruschi presso il lago di Vadimone. Qui l’appena sorto borgo continuò ad esistere fin quando non si trasferì nell’attuale Bomarzo sotto la minaccia delle invasioni barbariche. Nei primi anni della cristianizzazione, a Bomarzo si affermò la figura del vescovo Sant’Anselmo, oggi protettore del paese, che, secondo una pia leggenda, fu addirittura eletto da una voce in cielo. Bisognerà attendere l’arrivo degli Orsini per una rinascita sociale ed economica del paese. Nel 1502 il castello, che già esisteva dal XIII secolo, fu ereditato da Gian Corrado, figlio di Girolamo. Poi la castellania passò a Ippolito Lante (1645), al principe Poniatowski (1837) e ai Borghese.
Da vedere. Si deve, però, soltanto a Pierfrancesco Orsini, detto Vicino, la realizzazione, intorno al 1560, di quel Sacro Bosco che, oggi, è più conosciuto come il Parco dei Mostri e che si annuncia ai visitatori con un messaggio poetico scolpito su una delle pietre d’ingresso: «Voi che pel mondo gite errando vaghi/ di veder meraviglie alte et stupende/ venite qua dove son faccie horrende/ elefanti, leoni, orsi, orchi et draghi». In effetti con una realizzazione di esasperato barocco antirinascimentale, il conte Vicino, intendeva stupire. E, infatti, il Parco dei Mostri continua a stupire e a meravigliare, se è vero come è vero che il Sacro Bosco è ancora oggi meta continua di visitatori da tutto il mondo. I quali percorrono i viali del giardino misterioso per restare stupefatti innanzi a manifestazioni figurative come il Tempietto dorico dedicato a Giulia Farnese, l’Orco nella cui bocca è ricavata una stanza, l’Elefante in battaglia, il Drago in lotta con i veltri, la Tartaruga, il Gigante che squarcia una donna, la Casetta inclinata, la Balena, la Maschera demoniaca. Bomarzo, tuttavia, non vive di soli «mostri». Nei pressi del parco sorge la cinquecentesca chiesetta di Santa Maria della Valle dove si venera una immagine della Madonna che, nel 1661, mosse miracolosamente gli occhi. Il paese è arroccato intorno al Palazzo e segnato da un dedalo di viuzze, caratteristiche abitazioni con scale esterne, archi, cantine e suggestive piazzette.
Da mangiare e da bere. Il territorio di Bomarzo, oltre a un vino e a un olio a denominazione d’origine, offre materie prime eccellenti e la sua tradizione gastronomica è tutta da scoprire. A tavola riappare la squisita bruschetta con le salse miste di uova e rughetta, di fegatelli di cavolo rosso e di peperoni. Si ritrovano le zuppe, servite nei piatti di coccio, di ceci e castagne, lenticchie e funghi, farro, fagioli e broccoletti, fave e indivia, otricoli e luppoli secondo stagione. Non manca, ovviamente la proverbiale pasta fatta in casa: lombrichi alla vitorchianese (pomodoro, finocchio selvatico e pecorino), fettuccine all’uccelletto pazzo (sabbia, salsiccia e fegatini), i pizzichini alle zucchine e tagliolini alle carote. Per i secondi, l’imbarazzo della scelta: pollo al finocchio, pajatina di agnello con patate, spiedini di maiale. Tra i vini di zona l’Aleatico di Gradoli e il superbo Est! Est!! Est!!! di Montefiascone. Scusate s’è poco.