Bombay, un sogno che diventa incubo

Se è vero che le parole hanno un senso e sono radicate nella realtà più profondamente di quanto si creda, il termine «orientamento», con il suo evidente riferimento al punto cardinale dove sorge il sole, è quello che meglio si addice all’intramontabile voga editoriale - specchio di un gusto diffuso tra i lettori - che continua a portare in Occidente l’India, le sue suggestioni, i suoi scrittori.
Punta dell’iceberg di tale orientamento, appunto, la recente Buchmesse di Francoforte che, non a caso, ha dedicato l’edizione 2006 proprio all’India. Fra i tanti nomi, sulla scia di un classico come Rushdie o dei più recenti Naipaul e Vikram Seth, il «giovane» Suketu Mehta che, con il suo Maximum City - Bombay città degli eccessi (Einaudi, pagg. 544, euro 19,50) in libreria in questi giorni, ha intinto la penna in una piaga del nostro tempo: il boom demografico delle megalopoli, di cui Bombay è un emblema. Ma il libro, che pure si presenta come un resoconto di molteplici incontri avvenuti davvero, in bilico fra fiction e non-fiction (figlio in questo della tradizione anglosassone), fra romanzo autobiografico e reportage, come si conviene a uno scrittore che è anche un giornalista, non è né un saggio di sociologia, né un diario, né un romanzo ed è, al contempo, tutte queste cose messe insieme. «Semplicemente non risponde a nessun modello - chiosa Suketu Mehta - perché la realtà che rappresenta, quella caotica ed eccessiva di una megalopoli, è in continua metamorfosi».
Storie di assassini che popolano i bassifondi di Bombay, di giovani fuggiti dal proprio villaggio per andare in città e diventare poeti, di intoccabili che, ogni anno, abbandonano la campagna nella speranza di abbandonare un destino. Mille volti seducenti e inquietanti, che assomigliano a quelli delle mille divinità indiane o, per apparente paradosso, agli spettri che popolano la «Città di Dio», il quartiere malfamato di Rio De Janeiro all’inizio degli anni ’80.
Storie scritte da un autore che, nato in India ed emigrato negli Stati Uniti, riassume in sé il rapporto tragico e conflittuale fra senso della predestinazione (l’India) e della libertà individuale (gli States). Storie in cui, per continuare a giocare, ma a giocare seriamente, con le parole, si legge un orientamento...
«Già, gli esseri umani sono diventati una specie urbana. Basti dire che nel passaggio fra XX e XXI secolo la popolazione mondiale residente in realtà urbane ha superato quella residente in contesti rurali. Bombay - come ho scritto - è “il futuro della civiltà urbana sul nostro pianeta, che Dio ci aiuti”. Per quanto l’India abbia una densità demografica inferiore all’Olanda (385 abitanti per chilometro quadrato), l’area di Bombay è la più densamente popolata del globo. Se Milano è una città che da un anno all'altro cambia di poco la sua popolazione, Bombay cresce di un milione di abitanti, cioè di un numero di abitanti pari a quelli di Torino. E gli slum, i sobborghi, le bidonville di queste megalopoli, tutte caratterizzate da dinamiche analoghe, da Città del Messico a Rio de Janeiro a Bombay, sono un interessante laboratorio in cui si specchia la realtà. Qui sono gli eccessi a prevalere, le figure border line...».
Dunque i protagonisti di Maximum City?
«Sì, certo, come il teppista indù che dà fuoco a un musulmano ma anche il giovane che, per sfuggire al suo destino e diventare poeta, va a Bombay. Il padre lo raggiunge e cerca di convincerlo che Bombay altro non è che il trionfo dell’apparenza. Personaggi eccentrici, straordinari, la cui non ordinarietà è indotta proprio dal contesto. Ma in quegli eccessi la realtà non è tradita, anzi. Diciamo che la si trova concentrata».
Un esempio?
«È proprio in quegli slum che il fanatismo religioso attecchisce meglio; e lo vediamo tutti i giorni quanto esso sia di stringente attualità».
L’India, le caste, il destino da una parte, gli Stati Uniti, la libertà, la democrazia dall'altra. Valgono ancora certe categorie?
«Da un certo punto di vista sì, ma Bombay fa eccezione. Per gli indiani Bombay è il luogo dove si va per sfuggire al proprio destino di povertà. Spesso è solo un’illusione ma non sempre. Le sue contraddizioni sono quelle del mondo intero. Più in generale l’India ha registrato una crescita economica spaventosa mentre il 20 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Da una parte ci sono le caste, dall’altra l’intoccabile Kocheril Raman Narayanan è diventato presidente. Da una parte una generazione di intellettuali, scrittori, scienziati, dall’altra il 40 per cento di popolazione analfabeta. Inoltre l’India, a dispetto di quello che si pensa e a differenza degli Stati Uniti, è l’unica democrazia dove votano anche i più poveri. Gli intoccabili sono diventati determinanti nella determinazione della classe dirigente. L’India è la più grande democrazia del mondo».
E lei, per tradizione familiare, per destino potremmo dire, avrebbe dovuto diventare un commerciante di preziosi...
«E invece ho fatto lo scrittore. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita negli Stati Uniti, strappandomi da quello che sembrava essere il mio futuro. Mio padre avrebbe voluto che proseguissi nella tradizione familiare ma, siccome lui stesso amava la scrittura, mi faceva passare pomeriggi interi nelle librerie. Così, contro la sua volontà, ha contribuito a realizzare il mio desiderio. Chissà, forse era destino...».
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