Boninsegna: «Nel ’70 con Rivera in campo avremmo vinto noi»

Il ricordo del bomber interista: «La finale mondiale di Messico ’70 resta ancora una ferita aperta: per questo vorrei rigiocarla, ma stavolta con Gianni titolare»

Paolo Brusorio

da Milano

Messico 1970, debuttano i cartellini gialli e rossi e le sostituzioni. Inebriato dalle novità, il ct azzurro Ferruccio Valcareggi si fa prendere un po’ la mano, inventa la staffetta Mazzola-Rivera, non contento fa giocare a Rivera sei inutili minuti nella finale con il Brasile e insomma sparge benzina su un torneo che di suo lascia ai posteri la più incredibile semifinale della storia (per chi fino a ieri è stato su Marte: Italia-Germania 4-3), una squadra, il Brasile, che si porta a casa definitivamente la coppa Rimet per averla vinta tre volte giocando come in Paradiso. «Dovrebbe essere proibito un calcio così bello» scrive la stampa inglese.
Alla vigilia trentotto radio messicane mischiano numeri e nomi delle squadre partecipanti, per loro la finale sarà come nel ’66 Inghilterra-Germania. L’Italia? Terza, dice il sondaggio. Sul mondiale piombano i telecronisti Rai: all’ottava partecipazione Nicolò Carosio passa e chiude quando in diretta chiama negraccio il guardalinee etiope che annulla un gol a Riva contro Israele, gli altri due sono Nando Martellini e Bruno Pizzul all’esordio. Il ct del Brasile è l’ex campione del mondo Mario Zagallo: alla vigilia sostituisce Joao Saldanha, funambolico allenatore-giornalista inviso al governo brasiliano perché troppo di sinistra.
L’Italia è spaccata prima ancora di cominciare. «Rivera o Mazzola» è l’ok corral che infiamma il Paese. Corso lo fanno fuori prima, Rivera annusa l’aria e capisce che non tira dalla sua parte, così si accapiglia con Valcareggi. Il ct viaggia con un tutor, Walter Mandelli, presidente della commissione tecnica. Rivera punta i piedi, la Federcalcio manda Nereo Rocco e Franco Carraro, allora presidente del Milan per tenerlo buono. In piena bufera sbarca a Toluca, ritiro degli azzurri, Roberto Boninsegna: Anastasi è infortunato, Valcareggi chiama Bonimba, centravanti dell’Inter.
«Mi sembrava una favola. Quando arrivai Rivera e Mandelli già litigavano, volevano mandare a casa Gianni per le sue parole».
Il primo ricordo di quel ritiro?
«I duemila metri di altitudine. Avevo annusato l’aria e capito che potevo giocare titolare così in allenamento cominciai a correre a destra e sinistra per mettermi in mostra. I compagni, lì già da un po’, non mi dissero niente: dopo venti minuti stramazzai per terra. Mi sembrava di soffocare».
Svezia battuta 1-0 (gol di Domenghini), poi doppio 0-0 con Uruguay e Israele: turno passato e «arriba Mexico». 4-1, due gol di Riva, uno di Rivera e un’autorete: pratica archiviata.
«La vigilia fu più dura della partita. Stavamo al Parco dei principi di Città del Messico e sui tetti circostanti l’hotel si era dato appuntamento un gruppo di mariachi: sombrero e chitarre avevano il compito di non farci dormire. Chiamammo la polizia, ma fu inutile. Si dileguarono scappando sui tetti».
Ci porti nella storia, stadio Azteca, 17 giugno: la semifinale con la Germania. 4-3: Boninsegna e Schnellinger nei novanta minuti, poi il diluvio dei supplementari. Muller, Burgnich, Riva, ancora Muller e Rivera.
«Aveva eliminato l’Inghilterra, era una grande squadra quella Germania. Per noi il pareggio sarebbe già stato un ottimo risultato. E invece nei supplementari successe il finimondo. Trenta minuti che hanno fatto di una partita normale, quasi brutta, il miglior incontro della nostra storia».
Un episodio inedito di quella sfida?
«Schnellinger dopo aver pareggiato al 90’ torna verso centrocampo e incrocia Rivera, suo compagno al Milan, che gli dice: “Quando torni a Milano ti facciamo saltare in aria la macchina...”. Non fu necessario visto l’esito finale».
Non «restava» che battere il Brasile?
«L’ambiente era rilassato, i dirigenti contenti e appagati. Ci credevamo solo noi giocatori».
21 giugno, la finale: gol di Pelè poi...
«Alt. Partendo con Rosato su Pelè e Burgnich su Tostao, Valcareggi aveva sbagliato la marcatura. E infatti stavamo invertendola, quando Pelè è andato in cielo a prendere quel pallone. Credo sia ancora là in aria...».
Poi pareggia un certo Boninsegna. Intervallo.
«Siamo tutti distesi sui lettini, d’accordo con i dottori abbiamo la mascherina per l’ossigeno. Ci guardiamo in faccia convinti che sia il momento di fare entrare Rivera».
Invece?
«Invece non succede niente. Fino agli ultimi sei minuti, quando sotto 3-1 Valcareggi decide il cambio...».
Uscì proprio lei. Si rese conto del momento storico?
«Ero stanco, ma non avevo nessuna voglia di lasciare il campo. Infatti non dovevo essere io a farlo, Valcareggi provò prima con altri due che lo mandarono a quel paese».
I nomi, i nomi...
«Non li dirò mai».
Amen. Come vi accolsero al ritorno i tifosi?
«Ventimila persone a Fiumicino, insulti a Valcareggi e a Mandelli per non aver fatto giocare Rivera».
Chi fu il miglior giocatore di quel mondiale?
«Il tedesco Overath. Trequartista, mancino puro, classe eccezionale. Lo chiamavamo “il pennello” per la precisione».
Più contento per l’assist del 4-3 sulla Germania a Rivera o per il gol in finale?
«Non c’è storia: per il gol contro il Brasile. Ho dovuto scartare anche Riva...».
Davvero impossibile battere quei fenomeni?
«Erano fortissimi, ma quella finale è una ferita ancora aperta. Per questo mi piacerebbe rigiocarla con Rivera in campo, chissà, potrebbe anche finire diversamente».
(6. Continua)