Borghesi svegliatevi a Milano ci vuole una nuova insurrezione

Luca Doninelli (autore del libro «Il crollo delle aspettative») interviene nel dibattito sulla crisi della capitale morale (mancata)

Un libro non va giudicato solo per le tesi che sostiene, ma anche e soprattutto per l’entità e l’urgenza della domanda che pone. E una domanda è vera se l’autore del libro la pone innanzitutto a se stesso. Ho scritto Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano a questo scopo. Lavorando a Milano, camminando per Milano, vivendo a Milano, facendo vivere i miei figli a Milano mi sono accorto a poco a poco di quanto fosse importante porsi, a proposito di questa città, le domande giuste. In tante chiacchiere ingessate sulla capitale morale o sulla decadenza della città (dove chi si lamenta di più è generalmente tra i più responsabili della decadenza) Milano rischiava di perdersi, smarrendo la sua passione, la sua bellezza, il suo stile, la sua generosità. Bisognava cercare Milano, ritrovarla, rimetterla sotto i nostri occhi senza soffermarsi ossessivamente sui soliti temi: sicurezza, viabilità, disagio giovanile, immigrazione. Anche tanti discorsi sulla qualità della vita, che premiano invariabilmente la provincia grassa e annoiata e bocciano Milano, forse meriterebbero una revisione, perlomeno nei parametri di base. Se le domande sono giuste, le risposte cominciano ad arrivare. Da noi stessi o da altri che, letto il libro, ne traggono imprevedibili riflessioni. Il crollo delle aspettative ha già fatto discutere un po’ di gente. E questo è un fatto positivo, significa che Milano è viva al di là di tutti i pessimismi, ma anche al di là di certi facili ottimismi. Una cosa mi si sta facendo sempre più chiara. Affinché la rinascita della città non si riduca a una serie di iniezioni artificiali di euforia, è necessaria una radicale rimessa in discussione della sua classe dirigente. Quello che nel libro ho chiamato «il crollo delle aspettative» si può definire come il momento storico (databile un po’ prima del ’68) in cui questa classe, la borghesia, che aveva tanto contribuito a edificare il volto della città, assunse stili e categorie di pensiero estranei alla città stessa e alla sua storia. Poteva, di fronte alle difficoltà dei tempi, cercare di scendere al fondo della propria identità cristiana, illuminista, socialista. Invece cominciò a politicizzarsi - in una città dove il «sociale» ha sempre avuto la preminenza sul «politico» - e in breve, dopo alcuni anni molto turbolenti, si autoelesse a élite culturale delusa, snob e un po’ cinica. Ma questa élite e il resto della città non avevano più gli stessi sentimenti e gli stessi valori. La borghesia cominciò a occuparsi solo dei propri affari, senza nessun vero legame con la città. Da parte sua, la Milano viva, seria, intelligente e pratica non si smarrì, però rimase inespressa, sotterranea - un po’ come i navigli, che un tempo abbellivano Milano, e che secondo me andrebbero riscoperchiati e restaurati al più presto. Anche la politica si è andata demoralizzando a poco a poco, riducendo Milano a laboratorio. Si diventa consiglieri, assessori per poi fare il salto a Roma. Sono poche le persone che intendono dedicare a Milano la parte più importante del proprio lavoro. Ma la grande cultura milanese - e il problema di Milano è un problema eminentemente culturale - non conosce separazioni tra «alto» e «basso». Il prodotto più alto della sua letteratura, I promessi sposi, è anche il suo libro più popolare. Quando La Scala funzionava, le sue stelle - Fracci, Tebaldi - erano figlie di questo popolo. È da questo legame profondo tra cultura e vita reale, normale, quotidiana che si deve ripartire (che fatica respirare un po’ di normalità, a Milano!). Ma per farlo è necessario un duro e salutare esame di coscienza di tutta la città. Per troppi anni chi ha comandato e continua a comandare si è mosso nella direzione opposta.

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