«Boris» sbeffeggia registi impegnati e cinepanettoni

Certo lo si vede lontano un miglio che vogliono viaggiare tre metri sopra il cinema italiano. Perché sì, stanno facendo la commedia, ma non quella solita, banale e corriva. Perché sono intelligenti, metacinematografici, colti. Anche un po’ saputelli. E infatti la presa in giro sul cinepanettone (ma è una vera e propria tirata moralistica), è la cosa meno convincente di Boris il film, felice trasposizione sul grande schermo (da venerdì in sala) della serie tv di culto di Fox (tre stagioni su Sky), scritto e diretto dal trio Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo.
Ma è altrettanto certo che Boris il film ha una freschezza e una vivacità unica nel nostro panorama cinematografico. Alla base di tutto la gag per cui il regista di fiction decadenti, il suo capolavoro è la filodrammatica Gli occhi del cuore, René Ferretti (Francesco Pannofino) si trova tra le mani la possibilità di dirigere un film «de denuncia» tratto da La Casta di Rizzo&Stella. Da questo spunto prende il via un hellzapoppin incessante di citazioni e prese in giro che colpiscono a destra e a manca. Ci sono gli sceneggiatori democratici così vicini al Pd e così radical chic da avere in casa il maggiordomo ma anche uno stuolo di «negri» che scrivono per loro. C'è la satira sul nostro star system con l'attore (Pietro Sermonti) idolo delle soap che vuole a tutti costi apparire nel film e fare Gianfranco Fini col suo tipico accento bolognese. C’è - avvertite Margherita Buy - l’attrice Marilita Loy (interpretata da una perfetta Rosanna Gentili) che più che parlare sussurra per la proverbiale insicurezza. C’è - avvertite l’omonimo Ghini - Massimo (Massimo Popolizio) l’attore che s’è dato ai cinepanettoni perché «ho fatto Ronconi, ho fatto Sorrentino e mo’ ho fatto i soldi».
E poi c’è tutto l’amato cast televisivo che si ricicla anche nel film: Carolina Crescentini fa l’attrice dal più perfido dei soprannomi: «cagna maledetta»; Ninni Bruschetta è il direttore della fotografia Patané; Paolo Calabresi è Biascica, elettricista molto romano e pragmatico; Alessandro Tiberi e Caterina Guzzanti i fidi assistenti del regista. Poi ci sono i cameo di Giorgio Tirabassi, Claudio Gioè e quello di un inedito Nicola Piovani che perde al tavolo da gioco la statuetta dell’Oscar vinto per La vita à bella.
Non mancano le frecciatine, più spuntate per i dirigenti di RaiCinema (che produce insieme a Wilder), un po’ più pungenti per Medusa (una scimmietta viene presentata come «il numero cinque» della società). Niente al confronto della Filmauro di De Laurentiis con i parodici Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, additati, tra tette, culi e peti, come il male assoluto del cinema italiano (per la verità un po’ fuori tempo massimo visto che il genere è in decadenza).