Bradbury, un felice inventore di incubi

«N aturale che andremo a vivere su Marte. Non per i soliti motivi dei catastrofisti: la Terra ghiaccerà, il caldo ci friggerà, non ci sarà più cibo. Niente di tutto questo. Ci andremo perché, semplicemente, rimanere sulla Terra sarebbe troppo noioso». Eccolo, è lui, tutto in una battuta. Buon compleanno, Ray.
Oggi il leggendario autore di Cronache marziane (1950) e di Fahrenheit 451 (1953) compie novant’anni e forse un modo eccentrico ma valido per rendergli omaggio è accantonare fin da subito, dopo un’imprescindibile citazione iniziale, il suo amatissimo pianeta Marte - che lo scrittore non ce ne voglia - e dare un’occhiata, invece, al Ray Bradbury mainstream e saggista, il meno frequentato. Da alcuni critici e lettori fondamentalisti di fantascienza, il più svalutato. Tuttavia è a questa allegra penna umanista che dobbiamo l’invenzione del Paese d’ottobre così come lo conosciamo e lo frequentiamo.
Per definire questo luogo dell’immaginario contemporaneo niente di meglio che le parole dello stesso Bradbury messe in epigrafe al libro omonimo, un’antologia di racconti pubblicata nel 1955: «...paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i pomeriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto del sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia...»
Vi suona familiare? Di fatto, senza Bradbury non esisterebbe Stephen King (d’accordo, senza Nathaniel Hawthorne di Muschi di una vecchia canonica e Edgar Allan Poe non esisterebbe nemmeno Bradbury, ma non è farla troppo lunga? Ci sarebbero, allora, anche Dickens e Mark Twain). Rimane che il Paese d’ottobre di Bradbury, con la sua contiguità climatica, ma non morale, con il puritano New England del Seicento, è stato il luogo d’appuntamento di moltissimi scrittori e registi di oggi, che in modo più strumentale di Bradbury hanno cavalcato le stesse atmosfere e gli stessi sentimenti. Ne si può cogliere ancora la traccia persino in Twilight, saga libresca e cinematografica, per non dire in Twin Peaks, di cui ricorrono quest’anno i vent’anni dalla prima puntata.
Una volta giunti al Paese d’ottobre, si può passarci l’esistenza, tra questi tramonti che perpetuamente scolorano e retrobottega che, per dirla con Pessoa, potrebbero bene aprirsi sull’infinito. Se questo è il vostro genere, sempre Mondadori ha in catalogo, oltre a Paese d’ottobre, anche Addio all’estate (romanzo di formazione di un gruppo di ragazzini che rifiutano non di crescere, ma di invecchiare), Il popolo dell’autunno, Constance contro tutti, Il cimitero dei folli, L’albero di Halloween. Narrazioni di un Bradbury attratto dal metafisico, dal noir, dal fantasy, dal poliziesco, a un passo da Marte ma con i piedi ben piantati nelle età della vita umana - l’adolescenza su tutte - e spesso in cammino per le strade di Los Angeles (Bradbury, nato nell’Illinois, ci vive da decenni, sedotto dalla metropoli ma non abbandonato: per i suoi novant’anni la città ha organizzato una settimana intera di festeggiamenti).
Ma Los Angeles è («che vi piaccia o no», dice Bradbury) Hollywood: e la stella numero 2193 sulla Walk of Fame appartiene proprio a Ray. Tributo più che meritato: «Ai vecchi tempi Venice, California, aveva molto da offrire a chi era in vena di malinconie». Non è la voce di Philip Marlowe, ma il Bradbury di La morte è un affare solitario (Fazi), che fa il paio con La follia è una bara di cristallo (Rizzoli, purtroppo fuori commercio): due letture ad hoc per gli amanti della Hollywood d’oro tra gli anni Venti e i Quaranta, tra le cui pagine fanno capolino persino l’indimenticabile Erich von Stroheim e Fritz Lang, nonché attrici che sono il risultato letterario di un perfetto mix la bellezza della Dietrich e l’humour di Mae West. Un mondo - a tratti struggente - che Bradbury conosceva bene, avendo lavorato negli anni Cinquanta come sceneggiatore (dal suo rapporto con John Huston in occasione della sceneggiatura di Moby Dick nacque il memoriale irlandese Verdi ombre, balena bianca, pubblicato da Fazi, altro Bradbury non sci-fi ma zuppo di magia). Nel 1966, poi, Bradbury si associò alla storia della settima arte in via definitiva, con l’uscita del film di François Truffaut ricavato da Fahrenheit 451.
E poi c’è Siamo troppo lontani dalla stelle (Mondadori), cioè il Bradbury saggista. È ancora Ray a tracciare i confini della sua scrittura: «Parecchi avranno sentito parlare del saggio familiare, in cui l’autore trae il materiale dalla propria diretta esperienza di vita, ma pochi conoscono il saggio non-familiare, ovvero quello che richiede un’enormità di lavoro di ricerca e un sacco di sudore. Tutti i testi raccolti in questo libro sono saggi familiari. Nella mia vita ne scrissi solo uno non-familiare, non valeva nulla». Ad avercene, però, di saggisti così «familiari»: pensate allo stile fintamente disinteressato e sornione di Snoopy, il cane dei Peanuts di Schulz (di cui Bradbury è un fan), mentre pigramente, col massimo del divertimento, in lunghi pomeriggi alla macchina da scrivere sul tetto della sua cuccia (anche Bradbury non usa il computer, e non ha nemmeno la patente), affronta argomenti come: «Un preziosa vendemmia», «La balena, la fantasia e me stesso», «Ricordo di libri passati», «Marte: troppo presto fuori dalle caverne, troppo lontani dalle stelle», «Ingresso libero al Cancello del Paradiso», «Ogni amante dei treni è amico mio», «Disneyland, ossia il demone disneyano per la felicità».
C’è un che del mondo dei cartoons nel pensiero e nella vita di Bradbury: per questo i suoi saggi, come i romanzi, hanno una dimensione che alcuni trovano troppo giocosa, infantile, ma che invece è molto più vicina a quell’essere seriamente soprappensiero tipico del genio. Freddo nei confronti di internet, dell’iPad e degli smartphones, insofferente dell’eccesso di governo tipico delle società post-capitaliste, Bradbury rimane quell’uomo di cui l’architetto John Jerde, con cui lo scrittore collaborò per numerosi progetti, disse: «È un pazzo. Lancia in aria i confetti per vedere quanti ne può prendere prima che cadano a terra». Tra tutti gli umanisti della fantascienza, da Stanislaw Lem a Fredric Brown, Bradbury rimane il più felice.