Il branco conformista di chi odia l’America

D ato che viviamo grazie al cervello e che il nostro cervello funziona con l’osservazione l’assenza di una esperienza reale del mondo conduce lo studente a conclusioni che fuori dalle aule delle università non servono a nulla o fanno solo danni. Se lo studente è ricompensato perché compiace l’insegnante imitando un comportamento che gli è stato indicato, è portato, come gli altri animali, ad applicare questo insegnamento nel mondo esterno. «Thomas Jefferson, terzo presidente, adultero, e schiavista». In laboratorio ottieni un un boccone. Fuori dal laboratorio - nessun boccone. Ovvia soluzione: mai lasciare il laboratorio. Ma è la sinistra che può provvedere al boccone per gli ex studenti. Non si tratta di una laurea ma di garantire la protezione del branco. Lo studente universitario non deve semplicemente abbassare una leva ma deve ripetere delle idee. E naturalmente arriverà ad apprezzare le idee la cui ripetizione lo premia. Penserà che queste idee stesse sono giuste. E come potrebbe essere altrimenti? Gli hanno procurato cibo e quindi sono giuste. Indiscutibili. Ma come una cavia da laboratorio lasciata in libertà, che cerca qualche cosa a forma di leva, lo studente/intellettuale, una volta liberato, sarà portato a cercare opportunità per esercitarsi nel comportamento appreso e meritare un premio. Che può essere di status o livello sociale. E di solito è la sicurezza di rimanere nel gruppo.
Le idee possono consolidarsi in una filosofia,vale a dire in una visione coerente del mondo, o possono consolidarsi in un elaborato sistema di simboli di riconoscimento, in una serie di gradi come quelli massonici. Che Guevara era un assassino di massa; e abbiamo il suo ritratto nella stanza dei nostri figli. Non quello di Charles Manson. Perché? Perché il Che cercava il potere per il popolo. Come facciamo a saperlo? Ce lo hanno detto. Ma, attenti, come politico non era diverso da Thomas Jefferson, e cioè era un uomo. Scusate: ma è diverso essere assassino di massa piuttosto che un adultero? «Ah, ma ho visto il suo ritratto nella stanza da letto di mio figlio». «Ingannerei così mio figlio?». Perché no. A voi lo hanno fatto. E anche a me.
Essere generosi è una cosa buona. Nessun dubbio. Ma, in ogni caso, che cosa vuol dire essere generosi? La gentilezza per il malvagio è crudeltà verso il giusto. Da bambino ho letto la storia di quel monaco tibetano che lasciò la sua casa, camminò per migliaia di chilometri e poi scoprì, nascosta nella sua veste, una formica di un tipo che esisteva solo nel suo ormai lontano villaggio. Così tornò indietro per migliaia di chilometri per rimettere al suo posto la formica ed evitare di farle violenza. Ma quante ne calpestò durante la strada?
«Siate generosi quanto potete». È essere generosi dare qualche dollaro a un mendicante che probabilmente andrà a spenderseli per bere? È essere generosi approvare una legge sul settore immobiliare che sarà utile a qualcuno ma che danneggerà la maggioranza e porterà il nostro Paese al fallimento?
Il capitalismo è cattivo? Non il capitalismo che ha creato e mantenuto Stanford, Harvard o la Penn University, non quello che produce i nostri vestiti, le nostre auto o le nostre chitarre e ci procura il cibo e così via, e non quello che ci dà da lavorare e che ci fa guadagnare, o ha mantenuto i nostri genitori che a loro volta ci hanno mantenuto; e non gli affari che, noi nostri sogni, vorremmo fare («Santo cielo, ho un’idea da un miliardo di dollari»). Ma abbiamo avuto il nostro boccone per aver ripetuto che il capitalismo è cattivo, Thomas Jefferson era un adultero, e il cerchio si chiude perché abbiamo avuto la nostra ricompensa. Così, mi raccomando, votiamo per alzare le tasse alle imprese, anche se, guardandoci attorno, vediamo che la California, con le più alte tasse d’America, è in rovina perché, a forza di tasse ha fatto scappare le imprese. E ancora: votiamo per un’economia in cui tutto è gestito dall’alto, perché certo il governo che distrugge ogni cosa che tocca, può gestire il settore dell’auto molto meglio dei manager.
Eppure Thomas Jefferson aveva degli schiavi. E questo è un Paese razzista. Domanda: Sei un razzista? Risposta: No. Domanda: Qual è stata l’ultima volta che hai sentito un commento razzista o hai visto un caso di discriminazione razziale a scuola o al lavoro? Ah sì, ma io ho avuto il mio boccone di cibo. Era buono ma mi è costato qualche cosa. E questo qualche cosa è una limitazione nella capacità di capire il mondo. Gli afro-americani pensano che questo sia un Paese razzista? Sono sicuro che essi notano ogni giorno più o meno sottili prevenzioni e pregiudizi. Un ebreo si accorge dell’anti-semitismo, un non ebreo no. Così approviamo leggi sull’odio razziale, come se essere picchiati a morte diventi più gradevole se in più non si è insultati. Assicuriamoci che il governo, per eliminare totalmente «le incitazioni all'odio razziale», possa ergersi a giudice di ogni opinione - lo stesso Governo che ci spaventa anche se ci manda una semplice lettera. Certo, diamogli più potere, perché ho abbassato la leva e ho avuto un boccone di cibo. È un Paese di razzisti l’America, e di sfruttatori. Il capitalismo è cattivo. Israele è corrotto. Se identifichiamo in ogni interazione la presenza di una vittima (trova la vittima avrai un boccone) ci prepariamo a rinunciare all'abilità di identificare i problemi veri.
Ma forse c’è un’altra visone del mondo in cui ogni interazione umana non viene ridotta a una rapporto tra vittima e oppressore. Quale potrebbe essere? E quali capacità ci vogliono per vedere il mondo come un mercato delle pulci piuttosto che come un mercato di schiavi? La politica dell’identità riduce il mondo ai ruoli di vittima e oppressore. Ma c’è un altro modo per guardare al mondo? Per esempio, vogliamo valutare torti e ragioni nel conflitto mediorientale sulla base del colore più o meno scuro della carnagione delle parti coinvolte? Non è il governo federale che disprezziamo lo stesso di cui vogliamo aumentare le competenze? Le tasse che vogliamo alzare non sono le stesse che ognuno di noi cerca di evitare, il capitalismo che ci insegnano a disprezzare non è lo stesso che ci consente di arricchirci?
Il nostro scopo nella vita non è quello di indovinare quale leva abbassare, ma di imparare a determinare, come fossimo in una terra selvaggia, come mantenerci. È un ritorno alla legge della giungla? Per nulla. È un ritorno alla comunità, perché nel libero mercato il successo arriva solo dalla abilità di soddisfare i bisogni altrui. Ci accorgiamo di quando l’elettricità viene a mancare, di quando arrivano la pioggia o la neve e ci rivolgiamo ai nostri vicini per quello di cui abbiamo bisogno, riconoscendo che dovremo restituire il favore, e siamo felici così. Ci saranno degli abusi? Naturale. Ma il nostro sistema della libera impresa, e il libero mercato delle idee porta più ricchezza e felicità al più grande numero di persone nella storia. È l’invidia del mondo. E questa invidia spesso prende la forma di odio. Basta considerare chi, qui da noi, odia democrazia e capitalismo, la Sinistra Americana e i suoi compagni stranieri, che vengono a visitarci per spiegarci i nostri difetti. Non sono qui perché siamo il Grande Satana ma perché qui sono liberi di parlare. E noterete che quando scrivono, si tutelano con il diritto d'autore e con i proventi vanno a fare compere.
Reprinted by arrangement with Sentinel,
a member of Penguin Group (USA) Inc.
From THE SECRET KNOWLEDGE by David Mamet.
Published by arrangements
with Berla & Griffini Rights Agency.
Traduzione di Angelo Allegri
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