Bravo Elton John, ma che brutta band

I virtuosismi dell’artista coperti dall’assordante rumore del suo quintetto. Splendido il bis con note sublimi per solo pianoforte e voce

Franco Fayenz

da Perugia

È arrivato alfine Sir Elton John, significativo punto di vertice di questa «Umbria Pop 2005», come la chiamano i jazzofili delusi. È arrivato alle cinque del pomeriggio con l’aereo privato, ed è ripartito per Londra con lo stesso mezzo subito dopo il concerto. Ma questa non è una notizia, perché fa così anche Keith Jarrett, e non solo. Da John ci si attendeva specialmente il tutto esaurito all’Arena Santa Giuliana, e l’obiettivo risulta (quasi) raggiunto malgrado i prezzi salati. È stato anche l’unico, Sir Elton, a ispirare recensioni scritte prima del concerto con le amenità del caso. Il che sembrerebbe dar ragione alle scelte mercantili degli organizzatori; ma purtroppo non è così, come già si può vedere con chiarezza.
Elton John è un grande della musica d’oggi. Su questo non c’è dubbio. Non importa nulla il falso problema del jazz e del non jazz, risolto da un pezzo da chi sappia capire. Importa che ci sia buona musica, ed è questa la materia preziosa che fa difetto a «Umbria Pop 2005». Ne riparleremo. Sir Elton ha proposto una ventina di canzoni sue (minuziosamente previste da un programma consegnato in anteprima agli addetti) una più bella dell’altra: citiamo a caso Rocket Man, Sorry, Your song e Pinball wizard.
Peccato soltanto (ma non è un peccato da poco, anche se ai fan di John sembra vada tutto bene) che il quintetto che lo accompagna sia uno spaventoso produttore di decibel sostenuti da spot luminosi di ogni colore, peggio quando sono bianchi. Provi, chi non sia frequentatore di discoteche e simili, a reggere due ore ininterrotte di musica così congeniate, e dica come ne esce. Peccato, dicevamo, perché quando Sir Elton ha concesso un paio di bis, solo con il suo pianoforte, ha suonato note sublimi. Peccato. Tutto il concerto avrebbe potuto essere così.
Anticipiamo per ora la sola citazione di alcuni dei pochi concerti che finora sono andati bene, limitandosi al settore del «vero jazz». E notiamo di passaggio che la musica per la quale Umbria Jazz nacque nel lontano 1973 viene adesso ghettizzata, salvo eccezioni, nei concerti di mezzanotte - in realtà cominciano più tardi - al Teatro Morlacchi. I jazzofili, che in maggioranza non sono più ventenni, faticano e protestano. Ha fatto ottima figura la Mingus Big Band robusta e compatta, sorvegliata come sempre dalla dolce Susan Graham, la vedova di Mingus. Qualche discussione che non condividiamo ha sollevato il pianista Brad Mehldau, ascoltato come solista (ma ritornerà in trio a fine festival). Molto apprezzato, sebbene difficile da metabolizzare nelle ore piccole, l’arcigno trio di Bobby Previte, Charlie Hunter e Greg Osby; più agevole e raffinato è apparso il quartetto dell’anziano e intramontabile chitarrista Jim Hall. Speriamo che possa continuare ancora a lungo.