BRIGANTI La santissima criminalità

Una raccolta di saggi sulle «vie spirituali» di ladri, bari e assassini

In principio fu Disma. O Demas. O Tito, come preferisce chiamarlo, buon ultimo fra gli evangelisti «apocrifi», Fabrizio De André. Il ladrone crocifisso alla destra di Cristo, nel Testamento che il poeta scrisse per lui, saluta il mondo terreno con queste parole: «Ma adesso che viene la sera ed il buio/ mi toglie il dolore dagli occhi/ e scivola il sole al di là delle dune/ a violentare altre notti:/ io nel vedere quest’uomo che muore,/ madre, io provo dolore./ Nella pietà che non cede al rancore,/ madre, ho imparato l’amore». Un lungo viaggio lo attende, non fra le roventi sabbie del deserto, non protetto dal buio della notte complice, ma verso l’alto, verso il tepore della luce divina, direttamente dal Golgota al Regno dei Cieli. Secondo Sant’Ambrogio, quello fu il suo ultimo furto: Disma aveva, infine, «rubato il Paradiso».
È lui, Disma, il fuorilegge benedetto dall’ombra ancora terrena di Gesù nel tramonto doloroso del giorno fatale, il patrono cristiano di questo libro dal titolo «forte» e attraente: Le vie spirituali dei briganti (Medusa, pagg. 174, euro 30). Accostare spiritualità e brigantaggio, la sfera del Bene a quella del Male, non è soltanto il più fertile degli artifici retorici o il più classico dei canovacci narrativi: è una fetta consistente della nostra natura. Nessuna appropriazione, quando è in gioco il destino dell’anima, può essere indebita. Lo è soltanto di fronte al tribunale della storia. Certo, non tutti i briganti possiedono l’allure buonista di Robin Hood, il «pettirosso con il cappuccio» che toglie ai ricchi per dare ai poveri e, secondo una leggenda, finisce i suoi giorni da eremita. Non tutti i briganti vestono i panni goliardici e tutto sommato innocui del Folle, il Fou dei Tarocchi, l’unica carta, si badi bene, senza numero, e quindi senza valore, marginale, fuorilegge. Non tutti i briganti sono semplicemente ladri e buffoni come i trickster fra gli indiani d’America. Non tutti i briganti sono figli di Ermes, «l’eterno adolescente, patrono dei pastori e dei viandanti» che nell’antico Egitto dominato dai Tolomei si «fonde» con Anubi, il conduttore delle anime dei morti, generando così Hermanubis. Non tutti i briganti meriterebbero la materna protezione di Laverna (o Lativerna) o di Furina (o Furrina), divinità minori del pantheon romano.
Perché i «bricconi divini» protagonisti dei sei saggi qui riuniti e brillantemente introdotti dal curatore del volume Alessandro Grossato sono spesso anche crudeli assassini. Strangolano e fanno a pezzi le loro vittime, come i thag («ingannatori») indiani, per poi mettersi il cuore in pace riservando un terzo del bottino alla dea Kali. Fanno stragi dei loro nemici, come gli adepti della Triade e della Società del Loto Bianco cinesi. Distruggono furiosamente, come i membri del clan giapponese della yakuza i quali, nati come giocatori d’azzardo (yakuza è la storpiatura di ya-ku-san, cioè la sequenza numerica 8-9-3 che nel gioco delle tre carte chiamato oicho kabu «sballa» per un punto il punteggio vincente più alto: 19), s’incamminarono rapidamente sulla strada della delinquenza, fedeli soltanto ai riti e alle cerimonie shintoiste. E se in arabo haram significa «luogo sacro» e harâm «cosa illegale», leggendo le «prodezze» di cristiani e musulmani convertiti all’islam comprendiamo che per questi uomini la similitudine fra i due termini non è soltanto formale, ma anche sostanziale, giustifica, cioè, ogni sorta di crimine.
Scrive Carlo Donà che «santi e banditi sono in un certo senso simmetricamente simili: per dirla nel modo più semplice, c’è fra loro quella stessa tensione che nella parabola evangelica si intravede tra il figliol prodigo e il fratello maggiore, e proprio il fatto che il ladro convertito proceda così speditamente nella via della salvezza, sembra irritare un poco i santi eremiti». Insomma, nel Medioevo non di rado i «buoni» erano gelosi di come facilmente i «cattivi» riuscissero a sorpassarli nella corsa al Bene. Misteri della fede, si dirà. Però c’è altro, a sostenere la «filosofia» brigantesca. Lo capiamo accostando un passo dello Zhuang-Zi cinese a uno di Sant’Agostino. Dice il saggio: «Chi ruba un fermaglio è punito con la morte; chi ruba un principato, ne diventa il signore, e i guardiani dell’umanità e della giustizia vivranno sotto la sua protezione. Questa non è forse la prova che si ruba con la bontà e la giustizia, con la saggezza e la prudenza?». E sostiene il santo, nella Città di Dio: «Togliete la giustizia, e cosa sono i regni, se non grandi brigantaggi? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono, se non piccoli regni? Sono manipoli di uomini comandati da un capo, legati da un patto sociale \. Basta che questa calamità si espanda con l’affluenza di numerosi malfattori, al punto da occupare un territorio e stabilire una base, occupar città e sottomettere popoli, perché assuma più chiaramente il titolo di regno, che le viene apertamente riconosciuto non per l’abolizione delle razzie, ma per il conseguimento dell’impunità».
I briganti, sconfitti dalla società («banditi», appunto), preparano la rivincita, da giocarsi sulla terra di nessuno della violenza. E mettono a punto un’architettura fatta di rigide gerarchie (la monarchia argotica in Francia), di linguaggi (l’argot francese, il cant dell’Inghilterra elisabettiana, il furbesco italiano, la germanía spagnola, il Rothwelsch in Germania), di alleanze con una fitta rete di fiancheggiatori, soprattutto merciai e mendicanti. E, ovviamente, di alibi spirituali. Lo fanno Rinaldo di Châtillon, cavaliere-predone in Terrasanta. Lo fanno, nel mondo arabo dal IX secolo in poi, gli ayyarùn («dai piedi nudi», o «coraggiosi»), gli shuttàr («bravi», «svegli e coraggiosi insieme»), mischiandosi con l’ordine cavalleresco della futuwwa. Lo fanno, nell’universo induista, schiere di fuorilegge protetti da uno specifico Dharma, «cui corrisponde - spiega Grossato - una dottrina tradizionale del furto, detta in sanscrito Cauryavidya, che viene addirittura annoverata tra le sessantaquattro arti, considerate come applicazioni complementari del Veda». E lo fa, suprema provocazione, il principe dei banditi cinese Zhi quando affronta a male parole niente meno che Confucio, come riferisce ancora lo Zhuang-Zi. Il quale Confucio, partito con l’intenzione di redimere il brigante, viene respinto così: «Sei falso ed ipocrita, vuoi ingannare i sovrani del mondo e speri di ottenere da loro onori e ricchezza. Non esiste furfante che sia più scaltro di te. Come mai al mondo nessuno ti chiama “Confucio il Bandito” mentre sono io ad essere conosciuto come “Zhi il Bandito”?».
Il lieto fine della conversione di Disma sarà anche «religiosamente corretto». Ma la scenata di quel ladrone al Maestro di Lu è un’altra cosa. Roba da banditi. E anche roba spirituale.