Brividi criminali

Aveva già fatto fuori alcune decine di persone (e molte di più ne avrebbe eliminate in seguito), quando si mise una mano sulla coscienza e decise di salvare... Adolf Hitler. Calma, calma. I malpensanti non partano subito per la tangente vestendo la regina del giallo con la camicia bruna dei battaglioni d’assalto nazisti. Al contrario, Agatha Christie agì a fin di bene, con un colpo di scena dei suoi, strappando il Führer alla morte per trasformarlo nientemeno che nel nuovo profeta della pace universale. Potenza della letteratura. Nel caso specifico, di quella che molti, a torto, considerano una «sottomarca», la crime story, cioè il mondo dove tutto è possibile, basta che si regga in piedi sulle gambe della razionalità.
Siamo nel 1939, i venti della seconda guerra mondiale da qualche mese stanno accumulando sui cieli europei le nuvole nere dell’imminente catastrofe quando lei, l’ex signorina Agatha Mary Clarissa Miller, giunta sulla soglia dei cinquant’anni, è fra le più famose suddite di Sua Maestà britannica e, soprattutto, la scrittrice numero 1 del Regno. Lo dicono le copie vendute e lo dice soprattutto il pacifico esercito di milioni di lettori fedeli fino all’ultima riga. Passata da un marito (Archibald Christie, colonnello della Royal Flying Corps) a un altro (l’archeologo Max Mallowan), nel 1930, anno del secondo matrimonio, ha dato alla luce la sua seconda creatura di carta entrata rapidamente, e stabilmente, nel pantheon dei detective: Miss Marple, la stagionata ma acutissima zitella. La prima creatura era stata, nel ’20, Hercule Poirot, il piccolo belga affettato e impomatato.
Hercule... il nome del mitologico forzuto applicato a un tale tutto ragionamento e niente azione. Che stranezza... Chissà quante volte Agatha avrà pensato al bizzarro accostamento... Finché un giorno, ecco scoccare la scintilla, una delle tante. Perché non sottoporre anche il salottiero e, diciamolo pure, un po’ mellifluo cervellone, a dodici fatiche, proprio come il suo omonimo? Ed ecco nascere Le fatiche di Hercule, accolte a braccia aperte, come di consueto, dalla rivista Strand, dietro congruo pagamento di 1200 sterline. Tutte meno una, la dodicesima. S’intitola La cattura di Cerbero, e il Cerbero in questione è «un ometto basso con la testa a forma di proiettile e i baffi neri». Si chiama August Hertzlein, ma, al di là di ogni ragionevole dubbio, corrisponde al leader nazista. Possiamo soltanto immaginare l’accesa riunione di redazione della rivista e il dibattito suscitato dalla piccola patata bollente che ci si trova fra le mani. Sappiamo con certezza, invece, che alla fine la... ragion di Stato impose di insabbiare La cattura di Cerbero.
«Il 12 novembre del 1940 (dopo che lo Strand aveva terminato di pubblicare le Fatiche, tranne Cerbero) la Christie scrisse per chiedere che le restituissero il racconto in modo da poterlo “riscrivere”. Ma fu soltanto il 23 gennaio del 1947 \ che la Christie consegnò la seconda versione»: quella compresa nel volume The Labours of Hercules, una versione completamente diversa dall’iniziale. Ce lo dice John Curran in I quaderni segreti di Agatha Christie (Mondadori, nelle librerie dal 31 agosto), accuratissimo excursus filologico sui 73 taccuini lasciati dalla Lady di ferro del crimine e recentemente sdoganati dai suoi eredi. Ebbene, in appendice al volume viene presentata, per la prima volta in italiano, oltre a un altro racconto inedito, Il mistero della pallina del cane, l’ultima Fatica originale.
La storia, ridotta ai minimi termini, è molto semplice. Poirot incontra il signor Lutzmann, padre del ragazzo che avrebbe ucciso Hertzlein-Hitler con un colpo di pistola. Ma la verità è un’altra: Lutzmann junior ha inconsapevolmente eliminato un sosia del dittatore. Quindi... Quindi il Führer è ancora vivo, si tratta soltanto di scovarlo. E pensate che Poirot non riesca nell’intento? Ci riesce eccome. E dove raccatta l’ometto con la testa a forma di proiettile? Ma è ovvio, in un manicomio. Dove nel frattempo il Male in persona si è trasformato in un agnellino, mentre il suo ormai ex collega italiano Bondolini (la desinenza in -olini vi dice qualcosa?) continua a far danni. La formula magica «e vissero tutti felici e contenti» è sottintesa, però la si avverte con chiarezza. Insomma, che tipi, questi inglesi, avevano paura della pace...
La pace, al contrario, Agatha la coltivò per tutta la sua lunga vita, dalla nascita a Torquay il 15 settembre 1890 alla morte a Wallingford il 12 gennaio 1976. Glielo permisero le sue condizioni agiate e due mariti che in nessun modo ne ostacolarono l’estro oziosamente creativo. Su sei libri, diceva, cinque sono fatica e uno puro divertimento. Una buona media, per questa romantica donna inglese che non lavorò mai in vita sua, tranne la breve parentesi da crocerossina durante la prima guerra mondiale. Il senso del suo fruttuoso hobby l’ha fatto spiegare, con poche, spicce parole, da Ariadne Oliver, uno dei suoi personaggi più originali, come lei prolifica autrice di romanzi polizieschi e inventrice dell’investigatore finlandese Sven Hjerson: «Insomma, si può sapere cosa può dire una disgraziata sul modo in cui scrive i suoi libri? Cioè, il fatto è questo, che prima di tutto bisogna pensare a una trama e, quando la si è pensata, bisogna costringersi con la forza a mettersi seduti e a scriverla. Tutto qui».
Tutto qui, infatti. Tutto racchiuso in due algoritmi infallibili: «whodunit?» («chi l’ha fatto?») e «will-they-get-away-with-it?» («la faranno franca?»). Ne è consapevole anche il solerte e adorante discepolo Curran, che apre il gustoso saggio-indagine con l’entrata in punta di piedi a Greenway, la settecentesca dimora nel Devon dove visse a lungo la sua musa, diventata la Mecca di ogni christiemaniaco. E lo chiude regalandoci un Hitler buono. L’ultima sorpresa di una Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico. La quale, senza torcere un capello all’ultimo dei coscritti, fece molto, ma molto meglio di sir Winston Churchill.