Le Brontë tempestose di Elizabeth Gaskell

Torna il capolavoro dell’autrice vittoriana elogiata da Virginia Woolf

Già nel 1910, la giovane Virginia Woolf aveva capito tutto di quella cara signora che era stata Elizabeth Gaskell (1810-65). Dire signora, prima ancora di scrittrice, ha un suo senso, perché di lei si conservavano solo poche testimonianze discrete della sua vita decorosa, e naturalmente i suoi libri. I suoi libri erano del pari intelligenti e garbati, muovevano da un sentimento di simpatia umana e di solidarietà, sia che scrivesse dei conflitti industriali nascenti e degli scioperi, come in North and South, sia che facesse un affresco di vita provinciale, sospeso tra patetismo e humour, come in Cranford, che Dickens le pubblicò fra il 1851 e il ’53 sul suo periodico Household Words. Insomma, la signora Gaskell era, oltre che una brava scrittrice vittoriana, una persona molto per bene, serena, che, nella sua signorilità, voleva essere una donna come tutte le altre, una perfetta padrona di casa, attenta a tirar via dal tavolo il manoscritto perché i visitatori non la considerassero una stravagante. Cosa c’entrava con i sottili inferni tormentosi di Charlotte Brontë?
«Si lasci alle spalle marito, figli, e civiltà, e venga incontro alla barbarie, alla solitudine, e alla libertà» le scrisse Charlotte invitandola nella trista canonica di Haworth, e il commento della Gaskell fu: «Povera signorina Brontë!». Ebbene, è come se quel «povera signorina Brontë» fosse il sentimento sotteso all’intera ed estesa biografia che le dedicò, La vita di Charlotte Brontë (La Tartaruga, pagg. 532, euro 16,50), il libro che è rimasto il più noto della Gaskell, la biografia, prima di numerose altre, ritenuta esemplare, un punto di riferimento, formalmente ineccepibile, e nel fondo, invece, opera involontariamente traditrice e mistificatoria, responsabile del luogo comune per cui, quasi fino ai giorni nostri, il lettore comune o lo spettatore cinematografico o televisivo, diceva o dice «povera signorina Brontë».
La figura di Charlotte Brontë che esce infatti dalla famosa biografia della Gaskell è quella di una specie di santa, di una donna asessuata, patetica nella sua sensibilità così tesa e come astratta, una personcina sgobbona, insidiata passo passo da un’aura di morte. Certo, la morte aveva segnato da sempre i destini della famiglia Brontë. Nella tetra brughiera dello Yorkshire, questa era la famiglia di un reverendo dalla rigida disciplina religiosa, severo e taciturno, che invece del pastore di anime avrebbe dovuto fare forse il militare, visto che aveva voluto cambiare il proprio nome Prunty in Brontë, per ammirazione dell’ammiraglio Nelson, duca di Bronte in Sicilia. Nella casa del reverendo aleggiava la lezione e l’esempio della morte: prima quella, per cancro, della moglie, Maria Branwell, poi di Maria e di Elizabeth, le due prime figlie, così come in seguito sarà la sorte anche di Emily e di Anne, tutte di tisi. E Charlotte? Charlotte la «fragile», che cura, sostiene e seppellisce le sorelle, che vuole aprirsi al mondo, e che nell’intimo ama ferocemente uomini che o la maltrattano o non la vedono, che difende l’unico figlio maschio della famiglia, presto perdutosi nell’alcol e negli stupefacenti, Charlotte che è costretta a costruirsi su queste morti, che trasfigura le sue temerarie passioni, le sue fantasie più nere e ardite, quali non erano mai state espresse, in Jane Eyre, pare essa stessa prepararsi tacitamente alla propria morte quando, già prossima allo sfibramento, va sposa, per il poco tempo che le rimane, al reverendo Nicholls, assistente del padre defunto.
La Gaskell, pur nell’accurata ricostruzione di tutto ciò, nell’attento ordinamento delle testimonianze dirette e indirette, nella raccolta delle carte e delle lettere, sembra privilegiare, anche rispetto al genio letterario che rimane come sottaciuto, un presunto aspetto autosacrificale e sensibilistico della vita e dell’opera di Charlotte Brontë, tradendone appunto la natura nera, iperbolica, passionale. E umana.
La Gaskell pubblicò la biografia di Charlotte Brontë nel 1857, a due anni dalla morte della grande scrittrice, avvenuta il 31 marzo 1855. L’aveva conosciuta nell’estate del ’50 a Briery, nella residenza di campagna di Lady Kay Shuttleworth, che invitò la Gaskell affinché incontrasse Miss Brontë, sua ospite, allora diventata, per decreto del pubblico e a scorno dei critici sconcertati, una celebrità. Era forse questa celebrità, e il «caso umano», più che un vero riconoscimento del genio, a muovere la Gaskell. Così descrive, in una lettera a un’amica riportata nella biografia, il primo incontro: «Era già buio quando giunsi alla stazione di Windermere... nel gradevole salotto si trovavano Sir James e Lady Kay e una piccola signora vestita di seta nera... Andai di sopra per togliermi il cappello e scesi per il tè; la piccola signora continuava a lavorare di cucito e quasi non aprì bocca ma io ebbi tutto il tempo di guardarla bene. È (come dice lei stessa) fisicamente sottosviluppata, magra e più di una mezza testa più bassa di me, ha morbidi capelli bruni, non molto scuri, occhi molto belli ed espressivi, una bocca grande, fronte quadrata... la voce dolce e l’eloquio dapprima esitante ma poi preciso... \ che abbia attraversato dolori tali da esser priva di ogni scintilla di gaiezza e che, per il protrarsi di un’estrema intensa solitudine, sia diventata timida e silenziosa...».
La Gaskell non si rendeva conto della gattina feroce con cui aveva a che fare, e Charlotte dovette accorgersi che la sua nuova conoscente tendeva a trattarla come una bambina indifesa, poiché scrisse al suo editore: «Pare sicura che io debba essere una specie di invalida». Col passare del tempo, l’idea di scrivere una biografia di Charlotte fu sentita probabilmente come un’opera di carità e, subito dopo la morte di Charlotte, un atto dovuto alla Vittima Suprema.