Un Bruce Springsteen dolente racconta il mondo in guerra

Esce oggi "Magic", il nuovo disco del Boss con la E-Street band, in cui domina un’atmosfera da day after

Dice John Landau, deus ex machina delle fortune springsteeniane, che i giornalisti li conosce bene: «Non abbandonatevi alle solite approssimazioni, Magic, il nuovo album di Bruce, non è un disco sulla guerra». Va be’. Però uno come il Boss, così conscio della realtà e così impietoso nello smascherarne le magagne, non poteva sottrarsi alla consapevolezza d’un mondo dilaniato, lui americano. D’un mondo in bilico tra l’inferno e il day after: e infatti è qui che s’ambienta Magic, in uscita oggi a cinque anni da The rising, e che dopo l’emozionante avventura delle Seeger sessions recupera la E Street Band e dunque quel rock fatto di carne, sangue, furori, quel rock scritto con la frusta e la mitraglia, dionisiaco epperò - questa volta almeno - lucidamente desolato.

Ecco, Magic non sarà un disco sulla guerra ma è il ritratto d’un mondo in guerra: quella che è non solo in Afghanistan ma è dentro le nostre vite, non semina morte soltanto in Irak ma soprattutto nelle nostre anime. E che attizza le nostre paure sulle quali i governi prosperano come nei versi di Your own worst enemy, e tramuta i residui del buon senso in un rincorrersi di voci nel deserto, come in Radio Nowhere, che apre l’album e da subito lo definisce, con quel piglio «radiofonico» che non è un tributo al marketing ma un’agra provocazione.

Questo è il Boss del 2007: senza più illusioni e men che meno eufemismi, e perciò più prezioso che mai. Rinunciamo, per ora, alla pur vaga speranza che in The rising alitava sulle ceneri delle Torri gemelle. Alla vitalissima rabbia che in Devils and dust s’opponeva alla follia delle armi. All’utopia patriarcale di We shall overcome - The Seeger sessions, rimpianto per una civiltà ancora a misura d’uomo, ora evocata soltanto, ma con che tenerezza, in Girls in the summer clothes. E fermiamoci nel livido paesaggio che conclude appunto Magic, fornendo il titolo all’album: con quella parata d’anime morte appese agli alberi, dopo le fantasmagorie suscitate da un prestigiatore, in uno scenario che evoca le illusioni tramontate dell’american dream, mai così crudamente giubilato da Springsteen. «Grande intrattenimento», inneggia Landau, l’occhio fisso agli indici di vendita. Sarà pure, ma Magic è ben altro, e ben di più.

L’intrattenimento lo fanno Elton John e Michael Bublé, il Boss è uno che punta alle coscienze per coinvolgerle e sconvolgerle: è della stirpe dei Dylan, dei Guthrie, delle Patti Smith. E qui, non a caso, racconta d’un pianeta disseminato d’armi dissepolte e di rancori inesauriti (Devil’s arcade), di «morti per sbaglio» sparpagliati per il mondo (Last to die), d’un vento malato che alle domande senza risposta di Blowin’ in the wind sostituisce i presagi funesti di Livin’ in the future.

Ovvio che la E-Street Band - col sax lancinante di Clemmons, le chitarre epiche di Lofgren e Van Zandt, la ritmica possente di Weinsberg e Tallent - assecondi il tutto con un’immedesimazione ruspante e un nitore drammaturgico assoluti, emulsionando l’impeto sempreverde del grande rocker con la pensosità più fonda che amammo da The ghost of Tom Joad in avanti. Seppure con incursioni fuori copione: gli stravolgimenti sonori di Gypsy biker, la levità danzante della già citata Girls in the summer clothes, la surrealtà capziosa e acquarellata di Magic, le risonanze metafisiche di Devil’s arcade, l’avvio quasi wagneriano di Long walk home. E infine la melanconia cosmica di Terry’s song, epicedio per un amico defunto affidato a un mesto pianoforte, a una chitarra che sussurra dal fondo dell’animo e alla voce del Boss, che risuona di dolore composto.