Bruce Springsteen è un fan dei suoi eredi

Il Boss suona insieme ai Gaslight Anthem, uno dei nuovi gruppi rock di
successo che si ispira al suo suono. Una giovane generazione di artisti
che comprende anche gli Hold Steady e i Lucero, una band country punk

L’hanno già definita la generazione «Born in The Usa»; giovani gruppi crescono e si fanno largo all’ombra di Bruce Springsteen. Sono i suoi figli di seconda generazione, quelli che rinnovano il «blue collar rock» del Boss, colonna sonora della crisi d’identità giovanile che attraversa gli States dopo la guerra del Vietnam. Come il Boss trasformano il quotidiano in epos; si ispirano a lui perché lui è «un pacchetto completo» di sogni, disillusioni, speranze, di fulminanti chitarre elettriche e di ruvide melodie acustiche che sanno di stivali e polvere, di parole e musica che ti fanno vedere qualche raggio di sole nel grigiore metropolitano, o quantomeno fanno in modo che le ragazze si comportino con voi proprio come volete che si comportino.

I Gaslight Anthem sono le star di questo movimento; non a caso vengono da New Brunswick, New Jersey, dalle stesse periferie e dagli stessi bar battuti da Bruce. E lui, che col suo palmares non ha perso la vocazione di cantore da strada, li alleva sotto la sua ala protettrice. Niente raccomandazioni, sia chiaro; ma vederli sul palco insieme al mastodontico Festival di Glastonbury o all’Hard Rock Calling di Londra è un bell’imprimatur e pure un notevole spot. Lui crede nei ragazzi («Hanno il vero spirito blue collar») e loro non si montano la testa: «Springsteen è il nostro eroe - dice il chitarrista Brian Fallon - lo abbiamo incontrato spesso nei locali e abitiamo vicini. Quando ha chiesto di potersi esibire con noi la prima volta è stato un sogno impossibile da descrivere». Nei primi due album Sink or Swim e The ’59 Sound è chiara l’influenza di dischi springsteeniani come The River, ma filtrata da un tocco punk e da un gusto moderno della ballata che fonde i nostri ricordi collettivi del passato e le aspettative di domani.

Nel nuovo American Slang prosegue il percorso di maturazione con un ottimo cocktail tra musica aggressiva e testi crudi e realisti come Orphans («siamo orfani ancor prima di essere figli del vostro dolore»), come i sogni della Queen of Lower Chelsea o i rimpianti di We Did It When We Were Young («non ci sono motivi per credere/ ho sepolto la mia fede in un posto dove il tuo cuore e i tuoi artigli non la possano trovare...ti ho perso per così tanto tempo/quando eravamo leoni, amanti in battaglia/ poi tutto è svanito come il tuo nome su questi jeans consumati/ ma sono più vecchio adesso, e l’abbiamo fatto quando eravamo giovani»). Le radici springsteeniane si fondono con l’amore per il blues dei Led Zeppelin e il combat rock dei Clash, per lo stile di altre band del Jersey come Bouncing Souls e l’hardcore punk dei Lifetime. «La nostra musica è sinonimo di sogno americano infranto - dicono i Gaslight, che il 18 agosto suoneranno a Brescia nel loro primo e unico concerto italiano - ma come Bruce non ci arrendiamo».

Lo stesso gusto per le ballate che trasformano in poesia la mediocrità (o la disperazione) del quotidiano si torva nel lavoro degli Hold Steady, quintetto con base a New York ma radici che si innervano un po’ ovunque. Con Springsteen e Jim Carrol nel cuore - ma anche gli Husker Du - ci danno dentro con ballate che - a partire dal cd di debutto Almost Killed Me al recente Heaven Is Whenever - mixano la qualità con il successo (leggi classifiche e colonne sonore di film e serial tv). Figli dell’alternative country e del cowpunk - non a caso vengono da Memphis - i Lucero (il cui ultimo cd 1372 Overton Park è curato da Ted Hutt, lo stesso produttore dei Gaslight Anthem) giocano fra suoni acustici ed elettrici.

I loro crudi e selvaggi brani acustici a tratti echeggiano la poetica di Nebraska e The Ghost of Tom Joad e amano il Boss anche se il loro motto è: mandiamo al diavolo le regole del punk e del country». Nel 1974 l’illuminato critico Jon Landau scrisse la storica frase: «Ho visto il futuro del rock, e si chiama Bruce Springsteen». Di queste band non potremo dire altrettanto ( non dimentichiamo però che Springsteen «bucò» i primi due album e la Columbia spese ben 250mila dollari per la pubblicità di Born to Run)ma un presente fatto da tedofori del nuovo rock non è proprio da buttar via.