BRUCKNER Basta con il «buon selvaggio»

Pascal Bruckner è uno dei filosofi più controversi e difficilmente classificabili del panorama contemporaneo. Da anni si diverte a sparigliare le carte del «benpensantismo» e del filosoficamente corretto. A tirare sassi (in forma di saggio) nel placido stagno dell’intellighenzia conformista, contestando tutte le cose che bisogna per forza credere per sentirsi intellettuali con il cuore grande, progressisti, à la page: il mondialismo, il relativismo, il terzomondismo, il senso di colpa per essere ricchi e occidentali. Ora, a venticinque anni dalla prima difficile edizione, torna nelle librerie italiane il saggio che per primo gli diede notorietà come geniale «guastatore»: Il singhiozzo dell’uomo bianco (Guanda, pagg. 294, euro 16,50, traduzione di Simona Martini Vigezzi). Un titolo che scimmiottava il fardello dell’uomo bianco di kiplinghiana memoria, un testo al vetriolo che fece inferocire tutti coloro che vedevano nell’Occidente la causa di ogni male del Terzo mondo, nel colonialismo ottocentesco solo un brutale atto di violenza. Un libro che pochi hanno letto e capito, che molti si sono sentiti in dovere di contestare, a priori, esattamente come è accaduto con il suo seguito, La tirannia della penitenza (uscito sempre da Guanda l’anno scorso). Vale allora la pena fare quattro chiacchiere con l’autore per capire che cosa pensa, dopo più di un ventennio, di questa sua opera. Se è ancora d’accordo con se stesso, se è contento di come sono state recepite le sue idee nella vecchia Europa.
Lei ha pubblicato Il singhiozzo dell’uomo bianco nel 1983. Non deve essere stato facile: allora il terzomondismo era una religione incontestabile.
«No, non è stato facile. Molti editori lo rifiutarono spaventati. Fu Jean-Claude Guillebaud, poi aiutato anche da Denis Roche e Jean Marc Roberts, a convincere Seuil ad accettare l’opera. E quando uscì ci fu un sacco di opposizione. Per qualche tempo dovetti indossare l’abito del reprobo».
Ma ora l’élite culturale ha gli occhi più aperti su quello che potremmo chiamare il senso di colpa d’accatto della società occidentale?
«L’ideologia dominante in Europa non si è modificata di molto. Sono magari cambiati i soggetti politici, ma le idee sono le stesse. Resta il preconcetto del colonialismo come colpa primigenia. È un sentimento rimasto forte in tutta una parte della politica francese, un tabù, per citare il caso che conosco meglio. Ma non è diverso in altri contesti. Cambiano i Paesi, i governi, ma la moda intellettuale permane la stessa».
Lei nel libro utilizza due espressioni interessanti per spiegare i nostri sensi di colpa: la prima è la «sindrome di Calcutta», la seconda è gli «intossicati dell’Eden». Ce le spiega?
«La prima è la sensazione che si ha quando ci si aggira per le strade dell’India. Un Paese in cui ho viaggiato spesso e che conosco molto bene. È uno stupore misto a paura, mentre vi muovete in un brulichio di infelicità umana. Questo vi fa automaticamente sentire in colpa. Vi costringe a guardare ai singoli e non ai problemi strutturali di quel Paese. Vi spinge inesorabilmente o verso l’apatia o verso una compassione che serve a poco ed è masochistica. Quanto alla seconda definizione, gli “intossicati dell’Eden” sono tutti quegli occidentali che sin dall’Ottocento hanno sognato una rigenerazione dell’Occidente a partire da Oriente. È un mito alimentato da un sacco di scrittori viaggiatori, pensi solo a Hermann Hesse... I suoi effetti sono poi diventati fortissimi per quelli che come me erano giovani negli anni ’60 e ’70 e ha portato a un fraintendimento di quelle culture, a un’idealizzazione che non spiega e non ci avvicina... Anche se molti vogliono credere il contrario».
Una rielaborazione del mito occidentale del buon selvaggio...
«Noi abbiamo un sacco di nuovi “buoni selvaggi”, buoni in quanto deboli, in quanto poveri. I palestinesi, almeno in Europa sono diventati i nuovi buoni selvaggi che hanno sempre ragione. Anche gli immigrati nei vari Paesi godono per gli intellettuali di uno status di questo tipo. Noi siamo i ricchi e ci dobbiamo vergognare. Non vedono persone ma individui mitizzabili».
Ma se la compassione non serve, se la solidarietà finisce rapidamente alle corde e la mimesi non ha senso, qual è la sua proposta, proprio a partire da quanto scrisse nel Singhiozzo dell’uomo bianco?
«Non dimenticare la storia. Il fatto che la libertà è un valore assoluto, un valore per tutti. Ed è un valore che abbiamo creato noi occidentali. Solo che ce ne dimentichiamo facilmente. Pensi anche alla recente sentenza della vostra Corte di cassazione relativamente a quella ragazza musulmana selvaggiamente picchiata perché troppo occidentale, alle radici culturali utilizzate come attenuante. È un relativismo pessimo (il riferimento è al caso di Fatima, una giovane maghrebina i cui genitori sono stati assolti in Cassazione, lo scorso agosto, dalle accuse di maltrattamenti, violenze e sequestro di persona per le quali i giudici di primo grado li avevano condannati, ndr)».
Allora, tenendo conto di quanto abbiamo detto sin qui, quando riguarda a questo suo libro di 25 anni fa, che impressione le fa? Che cosa ha ancora un senso e che cosa no?
«Alcuni passaggi sono un po’ old fashion, ma l’insieme ha mantenuto una certa validità. Ha ancora un senso, politico e culturale. E il senso è dire che l’Occidente, purtroppo, continua a odiare l’Occidente. Quello che ho descritto allora non era un epifenomeno, l’odio verso le nostre radici culturali, o quantomeno il disconoscimento che ne facciamo, è una costante... Ed è bene almeno rendersene conto».