Budapest e la coscienza sporca di sinistra

N on sarà colpa di nessuno, dipende dalla strambissima situazione nella quale il nostro Paese è andato a cacciarsi. Certo è che le celebrazioni in Italia dei 50 anni dai fatti d'Ungheria hanno finito per assumere un carattere paradossale, e un po' grottesco. Fra i primi a parlarne fu il capo dello Stato Napolitano che, appena eletto, venne chiamato a rendere conto di un articolo su quegli eventi nei quali egli si era schierato dalla parte dei sovietici. Nei giorni scorsi, a rappresentare l'Italia alle celebrazioni di Budapest è stato D'Alema, il quale ci ha informati di sentirsi perfettamente a suo agio visto che all'epoca dei fatti aveva sei anni. Si è obiettato che egli deve la carica di ministro degli Esteri per la quale è stato invitato a Budapest grazie alla militanza in un partito che per dire qualcosa di diverso sull'Est europeo ha aspettato la caduta del muro di Berlino, nel 1989. E infine: la celebrazione a Montecitorio è stata appannaggio del presidente Bertinotti che all'epoca aveva l'età ma non parlò, e che al momento è leader di un partito che si propone la rifondazione del comunismo. Ci si chiede se, cercando bene nelle nostre istituzioni, non si poteva trovare qualcuno che all'epoca era nella maggiore età, che era stato dalla parte degli insorti, che aveva ricoperto e ricopra posizioni meno imbarazzanti.
Non c'è altro Paese in Europa che viva di questi drammi con la sua storia e Lodovico Festa si chiede sul Giornale perché «in una società libera un partito che ha sposato una causa tragicamente impopolare» sia riuscito a mantenere e ad accrescere la sua forza nel tempo fino alla conquista del governo e delle massime cariche dello Stato. Il quesito ci conduce in realtà ai punti nodali del dramma italiano, della debolezza nel nostro Paese di uno spirito liberale, assai gracile proprio nella borghesia, che altrove ne costituisce il presidio.
Festa annovera fra le ragioni del successo del Pci la politica culturale di Togliatti, il reclutamento dell’intellighentsia fascista prima, la organizzazione del partito poi come «moderno principe» per una cultura disponibile a costituirne la corte. Parla del conformismo di un ambiente intellettuale che ha emarginato le voci dissidenti, che pure vi furono, fino a lasciare al partito la scelta degli argomenti di cui parlare, e da parte di chi. È «La grande bugia» di Pansa, il quale subisce le reazioni dei sacerdoti di una Resistenza da consegnare alla Storia non già come evento nazionale ma come opera del partito che ne fu solo uno degli attori.
Per rispondere ai quesiti di Festa non dimenticherei il ruolo della Dc che, liquidato presto con De Gasperi il breve periodo anti-comunista, raggiunse nel tempo con il Pci un accordo vicendevolmente utile: la Dc, accertato che la scelta filo-sovietica avrebbe tenuto il Pci lontano dal governo, si acconciò a spartire con esso il potere, fino a quella «stagione del consociativismo» che introdusse il partito comunista nel cuore del potere reale. La Dc si guardò bene, comunque, dal contrastarne l’egemonia sul piano culturale. Quello di Festa è un tema centrale, che si identifica con le vicende di una democrazia che proprio nella esistenza di un partito come quello comunista è apparsa largamente incompiuta al cospetto del resto d'Europa, e dell'Occidente.
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