Bufalotta, un’area ridotta a un dedalo di rampe e svincoli

Pietro Samperi*

Nella zona Nord di Roma, a ridosso del Grande raccordo anulare, presso via della Vigne Nuove, sta sorgendo un grande insediamento edilizio, che si sta prefigurando piuttosto come una macchina disumana, nella quale le varie componenti di quella che una volta chiamavamo «città» sono assemblate come pezzi indipendenti, incapaci di integrarsi in un habitat umano, legate tra loro da svincoli e rampe stradali.
Premetto che ero già prevenuto, prima della visita del 15 gennaio scorso e che avevo pronosticato un risultato simile fin dal 1998, quando fu approvato un progetto con il quale si sostituiva il «centro merci» previsto dal piano regolatore con un complesso di residenze e attrezzature commerciali, direzionali, ricreative, che fu poi, per di più, mutilato del forte sistema infrastrutturale stradale (asse attrezzato) e di trasporto pubblico su ferro, anch’esso previsto dal Prg per il collegamento con la città.
Il centro merci aveva la funzione di scambiare i mezzi pesanti provenienti dall’autostrada del Sole e dal Gra con mezzi più piccoli, adatti per la distribuzione in città, con l’intermediazione di attrezzature per l’immagazzinaggio e la commercializzazione all’ingrosso, così da ridurre e selezionare il traffico delle merci che, penetrando disordinatamente all’interno della città, vi provoca congestione e inquinamento. Questa variante di Prg e le modalità e procedure con le quali essa è avvenuta sono una delle pagine più scandalose dell’urbanistica romana, con aspetti assai equivoci di legittimità e liceità, che meriterebbero un’analisi approfondita.
Il nuovo insediamento, che moltiplica il valore di quei terreni, concentra una enormità di superfici commerciali che vengono sottratte alla vivibilità dei quartieri periferici di quel settore che rimarranno dormitori e, insieme ai molti altri centri consimili realizzati e in corso, determineranno il crollo del commercio tradizionale. Non si disconoscono i vantaggi di queste tipologie commerciali sui prezzi, che soprattutto nella fase di avvio degli esercizi sono inferiori alla media, come dimostra il successo di pubblico. Anche questo, però, espresso da un’immagine piuttosto disumana di gente affannata che spinge carrelli colmi di carciofi, bottiglie, camicie, detersivi, eccetera.
Quali sono i costi, diretti e indiretti, immediati e nel tempo, di questa rivoluzione, che tra l’altro modifica i ritmi della nostra vita, toglie il piacere dello shopping e porta al superamento di un corretto e graduale riequilibrio tra le diverse forme di vendita, nelle quali la grande distribuzione può svolgere una funzione utile, purché non arrivi a egemonizzare l’intero settore commerciale?
Si è già detto che la mancata integrazione delle varie funzioni urbane cancella il significato stesso di «città», così come è intesa soprattutto in Europa, costringendo i cittadini a lunghi spostamenti, con difficoltà e costi conseguenti. Ciò costringe a privilegiare le infrastrutture per il traffico privato, che si esprimono alla Bufalotta attraverso un groviglio di rampe e svincoli dove il pedone è escluso e l’automobilista costretto a rinunciare al tradizionale orientamento per affidarsi alla segnaletica.
Il primo impatto negativo è un paesaggio che già si rivela sciatto, confuso, dalla composizione del tutto spontanea ma, soprattutto, privo di valori architettonici. L’immagine esterna, così come quella degli interni delle nuove strutture commerciali, appare assolutamente scadente, anche se sono impiegati materiali solidi e di qualche pregio. Eppure il centro commerciale di Cinecittà Due ha dimostrato che la cura con la quale è stato concepito, realizzato e gestito, sia architettonicamente sia commercialmente, assicura ottimi risultati, sotto ogni punto di vista, per chi lo ha realizzato e per chi lo frequenta e se ne serve. È gradevole passeggiarci ancor prima che farvi acquisti.
Non ultima conseguenza negativa della Bufalotta, che ha già provocato vivaci proteste dei cittadini delle zone circostanti, è che le forti correnti che gravitano da altre zone della città e da un vasto territorio esterno, se non vi accedono dall’esterno (Gra), sono costrette a imbottigliarsi nella modestissima viabilità locale, provocando una congestione tale da impedire ai residenti di uscire ed entrare nelle proprie abitazioni. Né la situazione è destinata a migliorare sensibilmente nel tempo.
E a questo insediamento si è avuto il coraggio di dare il nome di Porta di Roma!
*Docente di materie urbanistiche
all’Università La Sapienza di Roma