Al buon Cortellessa manca solo un po’ di cattiveria

La sua analisi è acuta, ma doveva entrare più nel dettaglio da critico scafato e schifato

Decisamente, non è semplice afferrare l’eventuale «assioma di scelta» che dirige questa gran panoramica di interventi raccolti da Andrea Cortellessa (La fisica del senso. Saggi e interventi su poeti italiani dal 1940 a oggi, Fazi, pagg. 774, euro 44,50). Ma, dato il provocatorio asserto iniziale «la poesia non serve più a niente», e osservato come ogni sforzo è teso a dimostrare che, al contrario, la poesia serve e non poco, bisognerà azzardarsi a dichiarare che il filo conduttore dei saggi consiste in una ostinatissima ricerca volta a rintracciare una qualche quota di «utilità» nella poesia.
Ecco, allora, l’assioma: la poesia serve a «creare un essere dentro il nostro essere e farci abitare da un mondo diverso». Tesi che risale, è noto e Cortellessa dimostra di saperlo bene, al Romanticismo, a Shelley, Leopardi e non solo. Stabilito questo, anche nelle vicende letterarie nostrane e più vicine l’efficacia (o la grandezza) dei versi si misura, allora, valutando le contro-immagini del mondo, le ricreazioni, i luoghi utopici e gli universi residuali che via via si affacciano e che solo la poesia è (ancora e chissà fino a quando) in grado di costituire. E il ruolo dell’analista sarà quello di verificare, volta per volta, il livello dello scontro tra il senso delle visioni verbali e il senso (o il non-senso, si ci si vuole appoggiare una certa lettura di Nancy) della cosiddetta realtà. Ripetuto in modo colpevolmente teorematico: più c’è stridore, più cresce il livello della scrittura. Più c’è pacificazione, più la poesia si riduce a orpello, a autoedonismo, a ornamento, a roba o robaccia morta o da museo, a soprammobile decorativo che passa di mano in mano.
Mi scuso con Cortellessa perché semplifico oltremisura, eppure mi sembra che dietro la sua lettura ci sia, in fondo, la bella nostalgia per una letteratura che intende farsi azione, per una parola che miri a riversarsi in gesto, per una sorta di Espressionismo permanente, insomma. Ora: che nella scrittura agisce, immer wieder e sottotraccia, una sorta di telos o di idea trascendentale volta a negarla è un paradosso e un gran mistère du texte che trova d’accordo tanta gente. Per esempio Blanchot quando, proprio riferendosi alla letteratura novecentesca, afferma: «Essa tende alla sua essenza che è di cancellarsi o sparire». In ogni caso, le ramificazioni e le modalità dell’antagonismo scrittura-realtà sono innumerevoli, e l’analista è bravo e acuto e sa leggere allorchè le coglie anche (e soprattutto) quando vengono alla luce senza un disegno programmatico.
Ma, appunto perché infinite, in quelle ramificazioni o variazioni il rischio non sarà tanto quello di smarrirsi o fare confusione, quanto di assumere unicamente i momenti capaci di corroborare gli assunti (espliciti, impliciti) di partenza, quelli che lo scienziato ex tempore definirebbe gli assiomi della sua teoria. O, detto in termini ancora più triviali, di confrontarsi solo con gli autori congeniali, con quelli che verificano l’apparato teorico. E quelli che, invece, lo falsificano? Cosa ne è di loro? Forse, Cortellessa ha perso una ottima occasione per offrire, finalmente, un esercizio di critica letteraria forte: dato lo statuto affatto banale dei presupposti, data la passione che circola nelle sue pagine, sarebbe stato meraviglioso capire non tanto perché aderisce quasi senza riserve ai versi di Milo de Angelis, ma perché la sua panoramica esclude, di fatto, poeti quali (ad esempio) Viviani o Scalise. O sapere perché nomina Cucchi, ma solo di sfuggita e in quanto coautore d’una antologia poco apprezzata. O perché scorda (purtroppo non è l’unico) la tragedia di Giuseppe Piccoli. È un silenzio inevitabilmente censorio, autoritario che ci impedisce di assistere dal vivo all’espulsione di chi non viene tollerato dall’apparato teorico.
Insomma, mi sarebbe piaciuto che Cortellessa si accanisse molto più a lungo contro chi non ama, entrando nel dettaglio da critico attrezzato, scafato, maligno, schifato. Invece, salvo il caso di Giuseppe Conte al quale rimprovera di essere veramente Giuseppe Conte, tace. Eppure, Non avrebbe fatto male al suo libro e nemmeno a chi lo legge qualche ulteriore esemplificazione di intolleranza. Di crudeltà, antagonismo. Di cattiveria in atto. Invece, qui è proprio la cattiveria che, in fondo, latita. Peccato.