La buona scuola è figlia dell'italiano non dei piani quinquennali (in inglese)

È sullo studio della lingua e degli scrittori che si basa l'educazione

Davide Brullo

Febbraio 1985, aula del Senato della Repubblica, la parola a Paolo Volponi. Lo scrittore ce l'ha con le «scolaresche preparate in modo approssimativo, quasi scandaloso». In particolare si scaglia contro «la tecnologia» come panacea a un sistema educativo scadente, «affermata come un principio di filosofia, addirittura come una ideologia». Visto che gli studenti «non sanno più fare un tema compiutamente», Volponi propone di tornare ai «grandi indirizzi umanistici, letterari, filosofici e storici». Magari, figuriamoci. I programmi scolastici si fermano a mala pena trattandoli in malo modo al duo Calvino-Pasolini, chi legge più Volponi, lo scrittore, quello di Memoriale e di Corporale?

Giovanni Pacchiano, in un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, ha sbertucciato il neo Piano per la formazione dei docenti varato dal Miur: un roveto di inutili anglicismi (tra flipped classroom e life skills è una baedeker di verbosità che farebbe felice Totò), un labirinto di tecnicismi, il laboratorio del dottor Azzeccagarbugli. Soprattutto ma è il vecchio dilemma, basta leggere Volponi trent'anni fa, è lo stesso boccone indigesto che ritorna a piroettare nel gozzo il problema è l'italiano, la nostra lingua. Esempio tratto dal suddetto documento. «Questo Piano sostiene in maniera concreta diverse azioni per favorire l'innalzamento della qualità dei percorsi formativi, introducendo linee guida, regole e incentivi perché i percorsi offerti e organizzati dalle scuole possano diventare prototipi e riescano a massimizzare il proprio impatto sul capitale professionale e sociale di tutta la scuola». Che vuol dire? Frase troppo lunga che i burocrati imparino da Cechov, da Carver, ma va bene pure Buzzati; che i papaveri del Miur imparino l'arte del punto, della virgola, del punto&virgola. Concetto prolisso. Linguaggio «incentivi», «massimizzare», «capitale» da piano quinquennale dell'educazione patria, da collettivizzazione della didattica, da stalinismo applicato alla scuola. La tiritera delle sigle, poi, ti frastorna: cosa significa Pnsd, Partito Nazionale della Scuola Democratica? E Ptof? E Oer e Byod e Pon? Pura glossolalia.

Il problema, comunque, è risolvibile. Ecco la ricetta. Abolire le ore di informatica e di inglese a scuola. Informatica e inglese si danno per date, sono l'Abc dell'educazione alla vita. Sostituiamole con ore di cinese, giapponese o arabo fin dalle elementari. Sono più utili. E a vent'anni è troppo tardi per baloccare con Tokyo. Basta lavagna interattiva e tecnocrazia in aula, addobbo che serve a celare la mancanza di carisma del prof. Torniamo all'arte retorica. E poi: insegniamo la lingua di Dante come Dio comanda, con i poeti e gli scrittori viventi in classe, perché la letteratura non è un museo di cari estinti, un cimitero di cariatidi. Infine, leggere. Leggere tanto e bene. Capita che uno arrivi all'Università senza aver mai letto Dostoevskij. Un suicidio culturale. Anzi, civico.